Ho subito il razzismo sulla mia pelle

Un'operatrice culturale, da 18 anni in Italia, racconta un episodio che l'ha vista protagonista a Mantova. E invita a riflettere sul comportamento molto discutibile tenute da persone appartenenti alle istituzioni.

    Sono una mediatrice linguistica culturale, lavoro molto per l'integrazione nelle scuole mantovane. Domenica 25 abbiamo portato avanti la giornata contro il razzismo praticando sport e indossando magliette con la scritta «Vinciamo ogni discriminazione con lo sport» abbiamo concluso la serata con la premiazione e il riconoscimento all'assessore delle Politiche sociali Banzi e al Centro interculturale per i progetti contro il razzismo e sull'integrazione. In seguito a un tamponamento subito domenica 10 marzo verso le ore 11 circa a S. Lorenzo, mi chiedo se la sensibilizzazione sul tema del razzismo ha davvero efficacia. Ero in macchina con un'amica che aveva acceso le frecce per svoltare a sinistra, poco dopo un camion ci ha tamponate e la nostra auto è finita nella corsia opposta. Il camionista non voleva capire che era in torto e rifiutando la constatazione amichevole che la mia amica gli aveva proposto, chiamò il 112. La mia amica mi raccontò che io ero svenuta, quando mi ripresi la sentii dire che stavo male eppure il camionista ha ignorato il tutto e io non essendo grave, non chiamai l'ambulanza. Dopo circa 20 minuti arrivarono i carabinieri, confermarono il torto del camionista e chiesero alla mia amica di spostare l'auto poiché stava bloccando la corsia opposta, ma subito dopo uno di loro iniziò ad alzare la voce rimproverandola per aver spostato l'auto perché non si potevano più prendere i rilievi (nonostante l'avessero chiesto loro). Io non riuscivo a parlare perché lo shock dell'incidente e i dolori mi avevano bloccata. Ci hanno fatto seguire verso un parcheggio vicino. Nel frattempo nessuno dei due carabinieri si era avvicinato alla macchina per assicurarsi sul mio stato. In modo molto arrogante e sgarbato mi chiesero dallo sportello dell'auto i documenti: «Documenti, documenti!!!» senza chiedermi come stavo e io ancora immobile con le cinture allacciate, con difficoltà presi la borsa con l'aiuto di un piede. Gli agenti parlavano con un accento meridionale, e chiesero alla mia amica di allontanarsi (rimasero da soli i due agenti e il camionista che era di Bari), dopo aver parlato tra di loro, ci fecero firmare una constatazione amichevole che un carabiniere aveva compilato al posto della mia amica nonostante lei avesse detto più volte che era capace di farlo da sola. A loro non interessava sapere se ero ferita, ma se eravamo due badanti. Questa domanda scaturì dal fatto che io sono srilankese e la mia amica siriana; oltre questo era «importante» sapere dove andavamo, per quale motivo, il numero di telefono della persona che stavamo andando a visitare ecc.. Un chiaro esempio che essere un'immigrata vuol dire privarsi della propria privacy. Al termine delle pratiche, finalmente un agente si interessò sul mio stato e la domanda fu: «Sei morta?!», risposi: «Non lo sono ancora ma mi fa tanto male!», la sua risposta: «Ma dai...» (il resto non l'ho sentito perché se ne andò via). Con la nostra auto siamo andate al Pronto soccorso e ringrazio i medici e le infermiere che sono state gentilissime, veloci e ci sono state vicine. In tanti mi hanno chiesto di fare la denuncia, ma per cosa? Preferirei pubblicare questo episodio sperando che chiunque si assuma l'incarico di pubblico ufficiale, rispetti la propria divisa, i propri colleghi che svolgono lo stesso lavoro con dignità e le persone che devono difendere. Vorrei che quei due carabinieri riflettessero sul loro insensibile, indegno e irrispettoso comportamento e si vergognino di questo, perché anche se il nostro colore di pelle cambia sfumature, all'interno siamo tutti uguali, ci sono gli stessi organi vitali e anche in noi scorre lo stesso sangue rosso utile a salvare un'altra vita. Non siamo marziani. Nessuno meriterebbe un maltrattamento del genere e la loro non considerazione verso il ferito poteva avere conseguenze serie verso una persona più grave di me. Comunque anch'io ora soffro con contusioni e distorsioni che mi impediscono di svolgere il mio lavoro come si deve. In ogni cultura ci sono i buoni e i cattivi, e gran parte di noi immigrati davanti al dolore e alla sofferenza di qualcuno, non saremmo rimasti indifferenti. Questo è stato il mio primo caso di razzismo dopo 18 anni in Italia. Forse alcuni miei dubbi possono essere oggetto di riflessione per gli altri: 1. Durante un incidente grave o meno, all'arrivo della pattuglia, non si dovrebbe verificare la condizione del ferito, prendere i rilievi e chiamare l'ambulanza? 2. Non si dovrebbe comunque fare un verbale sul luogo dell'incidente? 3. La forza dell'ordine ha diritto di essere scortese e di darci del «tu» mentre noi diamo del «lei»? 4. Se in un ufficio pubblico uno straniero dà del «lei», come si dovrebbe, perché l'impiegato risponde dando del «tu»? 5. Al camionista verranno tolti i punti dalla patente? Sarò grata a chi potesse informarci sui nostri diritti in questi casi: tante persone vivono queste situazioni ma per paura delle conseguenze non ne parlano. Io mi assumo questo rischio e invito chi è vittima del razzismo a farlo sapere. S.S.
    29 marzo 2007

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