Roberto Busti, 67 anni, è il nuovo vescovo di Mantova. Sostituisce Egidio Caporello che è stato capo della diocesi per due decenni. Busti appartiene all'arcidiocesi milanese, è prevosto di Lecco, giornalista professionista, già portavoce del cardinale Carlo Maria Martini. Siamo andati a trovarlo nella sua Lecco per un primo faccia a faccia da cui emerge una personalità forte e ispirata alla franchezza. E cresce l'attesa per il suo insediamento.
dall'inviato Stefano Scansani
LECCO. A chi assomiglia? Fisicamente ha qualcosa del cardinale Salvatore Pappalardo. Calciatore un po' boxeur, elegante in un abito che è incerto fra il grigio e il blu. Ma sotto ha la camicia con le maniche corte. Capelli parecchi. Così tanti che - ci dice - non sa ancora come farà a trattenere lo zucchetto da vescovo. È lo zucchetto che venerdì ha simbolicamente ricevuto a Milano dal cardinale Dionigi Tettamanzi, lo prende, lo guarda, lo prova. Sorride, trattando il copricapo come i suoi pensieri, chi gli vanno larghi e stretti. Roberto Busti è il parroco che fino all'altro ieri avevamo immaginato confrontando le foto, qualche testimonianza, alcuni scritti suoi. La conferma è lui, che entra nella sala della canonica di San Nicolò di Lecco, arredata con libri e reliquiari in un ordine che può essere solo "milanensis". Ufficio, azienda, soggiorno, posto delle decisioni. Si metta a suo agio... E di carattere com'è questo prete di 67 anni, nato a Busto Arsizio, terzogenito di un caporeparto di stabilimento tessile e di una casalinga? Salvo modifiche e smussamenti, se per i prossimi otto anni Busti terrà la sostanza e la tinta che abbiamo captato ieri, il suo sarà un governo tosto e un pulpito chiaro e tondo. Uso una metafora quasi eucaristica: lui parla pane al pane e vino al vino. Otto anni soltanto. La norma canonica tocca a tutti: rinuncia alla diocesi al compimento del 75º anno d'età, poi sarà il Papa a decidere se accettare o dire "continua". Età elevata? Caporello l'altro giorno, annunciando il nome del successore con i dati biografici allegati, aveva benedetto l'anagrafe, risolvendo: «Se vengono eletti i Papi a ottant'anni, vuol dire che la salute è tanta, la Chiesa è vivissima». Giornalista e fotografo. Siamo i primi mantovani laici che il vescovo nuovo incontra e non riusciamo a decidere se tocca a lui porre più domande o a noi. Decidiamo di fare a metà. Busti rompe il ghiaccio, prima raccontando la vicenda dello zucchetto che tiene a centro tavola con un po' di libri su Mantova, poi chiedendoci che caldo fa in pianura, nel Mantovano. Ci svela che quando Tettamanzi lo avvertì della nomina, «sei stato scelto per Mantova», lui tenne a bada la sorpresa e l'emozione con la prima battuta che gli capitò: «Ma ci sono tantissime zanzare!». Il cardinale, pacatissimo: «Beh? Più autan, fratello». Si sente che Robusti è un prete d'informazione, giornalista professionista: sa come si comincia un pezzo, come mettere in forma la notizia, e quel che conta dell'evento: «Di Mantova ho in mente il vescovo Egidio Caporello, la stima che ho per lui. Ho presente la bellezza della città. Quando la vidi non me l'aspettavo così, nell'acqua e nella pianura. Dà l'idea di un insieme. Qui invece c'è la montagna, il paesaggio è rude. Mantova esprime accoglienza». Dalla finestra si vedono le creste delle montagne descritte nei "Promessi Sposi", la chiesa di San Nicolò col campanile smilzo, dall'altra parte un frammento di lago verde e celeste che non si decide a trasformarsi in Adda. «Sa, il sentimento che in questi giorni particolari non riesco a dominare è quello dello strappo». Il prevosto e capo del decanato, che da noi vuol dire parroco e rappresentante dell'arcivescovo di Milano per l'area di Lecco, spiega che deve stare bene attento a dire alla sua gente «mi tocca andare» e non a dichiarare «Me ne vado». «Altrimenti mi uccidono», sentenzia, perché, ne abbiamo avuto prova, là lo rispettano e lo amano anche per i piccoli piccolissimi gesti, come quello di voler celebrare i funerali dei parrocchiani, proprio tutti, nonostante in canonica ci siano altri quattro preti. La sua soluzione ci lascia muti: «Predichiamo ogni giorno la vita eterna per rispondere alla domanda "ma la mia vita dove va a finire?", e se proprio il prete alla fine non c'è... No, non è giusto. Dico che noi cristiani abbiamo una novità completa e totale. Lo scatto della risurrezione». Busti quando dice "scatto", collegando il termine atletico a quello del mistero della risurrezione, mette in chiaro di che pasta è fatto. Ro-Busti, già lo chiama qualcuno di qua. «Se c'è una cosa che la Chiesa deve dire oggi è che essere cristiani non è una somma di norme da rispettare per ricevere premi o castighi. Non esiste un altro Dio come il nostro che viene a casa tua e che ti dice "io faccio la tua stessa strada"». Quella del prevosto diventa una predicazione imprevista, calda: «La Chiesa dice tante cose, ma non quella più importante: uomo puoi risorgere. Eppure tutto il santo giorno ci chiediamo come andrà a finire, ce ne guardiamo bene dall'affrontare la questione della morte. Abbiamo paura a far uscire questi sentimenti profondi. Vergogna, perché dovremmo perseguire proprio questi sentimenti e trovare loro una via per esprimersi». È vero che negli anni Novanta ha avuto un combattimento con la Lega, qui a Lecco? Il vescovo eletto di Mantova non smentisce, sa di essere un prete nel bel mezzo del dominio del "senatur". La storia è questa qua: «Affissero un manifesto dove attribuivano agli extracomunitari tutte le colpe del mondo. E allora andai sul pulpito per dire che certe accuse non possono essere né umane, né cristiane, né vere». Ma sempre Busti si schierò per la tradizione del presepe quando, nel 2006, una scuola locale decise di non allestirlo per rispetto degli studenti di altre religioni. Quando era portavoce del cardinale Martini ebbe un match duro con Comunione e Liberazione, a Milano. «Sì. Fu un confronto teso sull'attacco di Cl alla figura di Lazzati. Naturalmente il cardinale non poteva esporsi. Io scesi in prima linea. Ma guardi che poi tutto s'è aggiustato, basta essere franchi. Io di solito metto tutti intorno a un tavolo. Questa è la patria di Roberto Formigoni, che è un amico. È una zona dove molti di Cl hanno trovato collocazione politica nel centrodestra molto significativa. Io dico che la strada è di tutti». E sulla scalinata che scende al lago son tutte strette di mano, addio e buona fortuna. Busti si ferma a parlare con un signore che gli caldeggia, appena a Mantova - in ottobre, dopo la consacrazione settembrina nel duomo di Milano - una messa per il suo predecessore vescovo di Mantova beato Giacomo Benfatti. Ma perché lei di dov'é? «Poggio Rusco. Venni via nel 1967. Giovanni Benfatti, emigrato a Lecco, bancario in pensione». Busti ci chiede se è vero che il vescovo Carlo Ferrari amava le auto, perché il cardinale Martini ne ebbe esperienza (a bordo). Gli diciamo che è vero e gli giriamo il quesito. E lei? «Sì. tanto. Vado un po' forte. È un peccato...».
La prima intervista al neo vescovo: "Giocavo all'attacco" (14 luglio 2007)
di Stefano Scansani
Risponde mentre le campane di San Nicolò di Lecco scandiscono le ore, mentre altri telefoni lo cercano. Una ragazza mettendoci in attesa dice che "i mantovani hanno fatto un grande acquisto". Busti parla di lui, dei maestri, dei suoi oratori, del suo carattere da attaccante. Un'intervista che è battesimo conoscitivo, che trova nella definizione "decisionista brillante" una chiave per mettere a fuoco l'uomo e il prete. Le prime a sospettare, cinque giorni fa, che fosse proprio lui il nominato, sono state le suore orsoline del Sacro Cuore di Mantova, in riunione a Somendenna di Zogno. Caporello ieri ha svelato che ha presentato Busti come "don Roberto". Ma loro, le suore, hanno scattato troppe foto. Troppe. «Non hanno mangiato la foglia».
Com'è che la chiamiamo? Prevosto, reverendo o monsignore? Anche lei, in questo momento sarà un poco incerto. «Adesso sono preso dalla preoccupazione. Sono in un intrico di sentimenti. Ognuno sembra prevalere sull'altro. Ad esempio, la prima domanda che mi fa compagnia in questi giorni è questa: come faccio a fare il vescovo? Allora chiamo a raccolta le esperienze.
Porto con me tredici anni di oratorio a Carate, dove ero riuscito a mettere insieme cinquecento ragazzi. È un'esperienza stampata nel cuore. Quei ragazzi in oratorio diventavano grandi e diventano famiglia. Ho mangiato tanta polvere».
Vuol dire che è partito dal basso, si è rimboccato le maniche.
«Sì, fu il cardinale Colombo a dirmi di provare a svecchiare l'istituzione-oratorio. Piano piano ho costruito le Sale di Comunità, che rompevano il limite d'età, chiamavano le famiglie a partecipare, gestire, convivere».
Mangiata tanta polvere anche giocando a pallone...
«Perché dovrei nasconderlo? Ho giocato, eccome. E mi piaceva un sacco. Ho svolto più ruoli. Grazie alla mia statura ho fatto il portiere, ma la specialità in campo era quella di attaccante. Se qualcuno sapeva mettermi il pallone sulla testa, a darmi l'assist giusto, facevo gol».
Dagli oratori moderni all'ufficio stampa, dunque al giornalismo per fede. Come è successo?
«Con il cardinale Carlo Maria Martini. Mi chiamò in arcivescovado e insieme pensammo a una nuova struttura per le relazioni, per le cosiddette comunicazioni sociali per le quali creammo un ufficio. Basta ciclostile e basta fotocopie, il ruolo delle pubbliche relazioni è un'altro. Per dieci anni tenni i rapporti con i giornali e le televisioni. Poi fu ancora Martini a chiedermi se mi andava di fare il parroco a Lecco, dove c'era estremo bisogno. Mia madre, allora ottantenne, capì al volo. Mi disse: "Finalmente torni a fare il prete"».
Mantova, fino a ieri, dove stava nei suoi pensieri?
«Mantova è una gran bella città. La vidi per un giorno intero e mi è rimasta nel cuore. Mi aveva incantato, grazie anche al fatto che ne ho subìto il fascino della ricerca, della sua irraggiungibilità. È straordinaria perché bisogna arrivarci».
E che cosa si è affrettato a conoscere di Mantova e dei mantovani?
«Come si vive lì, ai confini col Po che scorre sotto e sopra. Ho approfondito la conoscenza dei tre laghi. Non vedo l'ora di scoprire il carattere degli abitanti.
Quella del Mantovano è veramente un'altra Lombardia. Grande pianura fra Emilia Romagna e Veneto, dolce collina sotto il Garda. Quella di Lecco invece è Lombardia rude, fatta di montagna e lago.
Del patrono Sant'Anselmo da Baggio il primo a parlarmene è stato il cardinale Dionigi Tettamanzi quando mi ha avvertito della nomina. Di San Luigi Gonzaga ho grande devozione per via degli oratori, e un forte legame ho con la memoria di San Pio X, Giuseppe Sarto.
Sa, qualcuno si è spinto oltre, e mi ha parlato anche dei tortelli, che a Mantova sono il piatto-bandiera».
Mettiamo in fila tre cognomi: Montini, Martini, Caporello. Lei che cosa risponde?
«Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI, è stato l'arcivescovo che mi ha dato gli ordini minori quando mi preparavo a diventare prete e mi sembrava un uomo di una levatura talmente grande...
Ecco, era come se un bastimento si fosse incagliato nel Naviglio.
Il cardinale Carlo Maria Martini invece è stato un padre, un fratello maggiore, un maestro, perché al di là del lavoro fatto con lui, è stato ed è la persona di riferimento».
Lei allora è un martiniano.
«No, così non si dice una cosa vera. Non sarebbe rispettoso nei suoi confronti. Certe frasi possono politicamente o sociologicamente alterare la realtà. Io non sono di una parte. Discepolo sì, questo sì. Martini ha una grande capacità di equilibrio, nel porsi. Pensi, non l'ho mai visto arrabbiato».
E lei, s'arrabbia?
«Sì, io mi arrabbio. Sono un istintivo. Alzo la voce. Però mi passa immediatamente. Adesso bisogna che impari. Il vescovo è paternità».
A Busto Arsizio, dov'è nato e cresciuto, dicono che lei è un decisionista brillante.
«Se una persona ha delle responsabilità deve prendere delle decisioni. Oggi è più difficile portare la responsabilità della decisione che barcamenarsi lasciando che le cose vadano a posto da sole».
Montini e poi Martini. Manca Caporello.
«Lo conosco da prima che diventasse segretario generale della Conferenza episcopale italiana, più o meno da trent'anni.
Lui era reduce dai primi lavori della catechesi che si voleva più consona alle orecchie e al cuore delle persone. Lo rispetto e lo stimo anche per questo motivo».
Nella linea c'è pure il cardinale Tettamanzi. Una compagnia molto solida di gente di fede...
«Compagnia buona. Direi buonissima».