Il rischio amianto

Esiste o no il rischio per la salute derivante all'esposizione all'amianto?

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    Nel 1999 un operaio cinquantenne, Sergio Vicari, morì per mesotelioma pleurico, il tumore polmonare causato dall'esposizione alle fibre d'amianto. E il Tribunale di Mantova riconobbe nel 2005 un risarcimento di 468mila euro alla famiglia stabilendo che vi era una diretta connessione fra i trenta anni di lavoro alla centrale d'Ostiglia e la malattia. Ora l'Inail ha negato i benefici previdenziali ai colleghi della vittima, sostenendo che non vi è rischio amianto. Una decisione che i 47 dipendenti non hanno accettato ricorrendo al giudice del lavoro contro l'Inps. La vicenda ha il sapore della beffa anche perché, sull'onda della morte di Vicari, vennero sottoposti ad un maxi test medico che durò due anni tutti e 500 i dipendenti che sino al 2001 hanno lavorato alla centrale termoelettrica. Fra questi, il medico del lavoro riscontrò ben 22 casi d'asbestosi, le placche sulla pleura che denotano l'esposizione certa all'amianto. Tre ebbero riconosciuta già nel 2001 la qualifica di «malattia professionale», mentre a 60 l'Inail inviò le lettere di certificazione del rischio amianto, rendendo possibile il beneficio previdenziale del pre-pensionamento.

    L'Inps, infatti, riconosce 6 mesi aggiuntivi per ogni hanno lavorato in condizioni d'esposizione all'amianto sino al 1998. Una formula che ha consentito di andare in pensione con un congruo anticipo decine d'addetti. La centrale d'Ostiglia è, infatti, passata dai 310 dipendenti degli anni '90 ai 220 del 2000. La «fuga» si è però verificata nel 2002 in coincidenza con l'arrivo dei nuovi proprietari d'Endesa, che hanno premiato (mezza annualità di stipendio ogni anno d'anticipo) i dipendenti che hanno lasciato l'azienda prima del 65esimo anno d'età. Oggi l'organico è ridotto a sole 106 unità. Ora per altri 47 dipendenti erano stati richiesti gli stessi trattamenti previdenziali. Si tratta in particolare di 35 persone che hanno lavorato nel settore esercizio, turnisti e manutentori, che quindi svolgevano operazioni di controllo sugli impianti ed effettuavano la messa in sicurezza. Per tutti la durata dell'esposizione va dai 20 ai 30 anni, periodo durante il quale l'attività lavorativa si è svolta a diretto contatto con le sezioni della centrale coibentate con fibra d'amianto. Così dicasi per le addette del laboratorio chimico che dovevano effettuare prelievi e campionamenti proprio per verificare la presenza delle fibre d'amianto. Dodici dipendenti, infine, avevano le stesse identiche mansioni di Vicari, la vittima uccisa dall'amianto. (Francesco Romani)

    La normativa 257/1992 che «mette fuori legge» l'amianto quale materiale dannoso alla salute, ha consentito ai lavoratori che hanno prestato attività in cicli di produzione soggetti al rischio amianto, di richiedere dei benefici previdenziali all'Inps, mentre all'Inail spetta il compito di certificare i periodi d'esposizione. Inoltre la centrale d'Ostiglia, così come la Cima di Bozzolo, era già stata riconosciuta con atto di indirizzo del governo come un sito a rischio amianto: la legge aveva concesso benefici previdenziali ai dipendenti che avevano lavorato lì per almeno 10 anni. E tanti ne hanno usufruito. Ma c'era un neo che la tragedia di Vicari ha evidenziato: con la legge del'92 veniva riconosciuto il rischio amianto solo per certi reparti della centrale, mentre altri erano considerati sicuri, e per questi non erano previsti i benefici. E Vicari, guarda caso, lavorava proprio in uno di questi reparti, l'elettroregolazione strumentistica, escluso dall'atto di indirizzo del governo. I sindacati avevano espresso critiche ad un'operazione considerata parziale. Da qua la volontà di superare queste impasse chiedendo il riconoscimento del rischio anche per altre categorie di lavoratori, in particolari tutti quelli addetti all'esercizio e al laboratorio.

    18 agosto 2007

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