di Luca Scarlini
Molto si è detto e scritto delle sfrenate corse mantovane durante il festival, con biciclette e piedi che sfrecciano sulle strade e per le piazze selciate, sulle persone in fuga dalla colazione del mattino verso il prossimo evento, sulle mani frenetiche che tendono libri all’autografo dopo lunghe code, che il cielo sia limpido come in una bella giornata di primavera, avvolto da calura, tra vapori umidi e grassi o invece corrucciato, mentre si cerca di evitare le pozzanghere stringendo affannosamente uno striminzito ombrellino nero rimediato all’ultimo minuto. Altri hanno voluto invece giocare all’evocazione di fantasmi, secondo quel percorso inaugurato dalla straordinaria scrittrice inglese Vernon Lee (Arianna a Mantova) e portato poi al successo da Maria Bellonci e da molti emuli, per cui tanto i sontuosi Gonzaga come l’inquietante Arlecchino diventano, con tutte le loro smanie di vita, soggetto di trame gialle, rosa, nere, tra carte d’archivio riscoperte e pura invenzione. Alcune figure servono infatti meglio di altre a definire il quadro della suggestione di una città, propongono notevoli trame da seguire, ancora inesplorate. Una sequenza di polaroid collega il selciato su cui i tacchi incespicano con le strade del mondo: un boccone di mostarda ben speziata innesca un cortocircuito di avventure, di trame ancora da esplorare.
Primi decenni del ‘600: Atto Melani, soprano eunuco, spia, amante in carica del duca, canta la Flora in un musical a corte, dietro le quinte spia i movimenti del maggiordomo di palazzo, sta per partire per Parigi, le sale del Gran Re lo attraggono oltre misura, per una carriera destinata all’apoteosi e allo scandalo. Gino Cantarelli, carteggia con Piet Mondrian e Tristan Tzara, compone una rivista sorprendente, destinata a uscire per pochi numeri tra il 1920 e il 1921, si chiama Bleu, l’elenco dei collaboratori è, né più né meno, un catalogo delle avanguardie storiche. Anni Venti, Virginia Woolf è perplessa dai tortelli di zucca, pur venendo da una cucina che mischia spericolatamente dolce e salato, quella ricetta rinascimentale la lascia dubbiosa, in ogni caso gioca come sempre con il cibo nel piatto, il gran cappello di paglia che ha lasciato a pendere dalla sedia non l’ha riparata dal sole, ha le guance rosse, è stanca, chiude gli occhi. Dieci anni di racconti non hanno certo esaurito le possibilità di raccontare; come vuole il labirinto istoriato sul soffitto di Palazzo Ducale, e come succede a tutte le manifestazioni di successo, il ritmo delle giornate è scandito dall’attesa di un evento, di qualsiasi natura esso sia: da una frase memorabile a un gatto che ti fissa con aria di sfida da una finestra. Forse che sì, forse che no recita infatti il motto rubato da Gabriele D’Annunzio come titolo di un suo romanzo del 1910, che si inaugura con una sfrenata gita in automobile: e allora via per le strade di una città-Sheherazade che per alcuni giorni dell’anno promette storie sempre nuove.
05 settembre 2007