MISSIONARIA MANTOVANA BARRICATA NEL CONVENTO DI NAIROBI

"In Kenya si vive nel terrore"
Suora mantovana barricata nel convento

NAIROBI. Una suora mantovana nell'inferno del Kenya. Madre Stefana Giovanna Pasetti, 80 anni, di San Michele in Bosco di Marcaria, è barricata da giorni nel convento delle sorelle della Beata Vergine di Nairobi. Preghiera e fede uniche armi contro il terrore. Vive in Africa da 43 anni e dirige una scuola materna per i bambini delle baraccopoli. L'altro ieri ha inviato due sms alla sorella che abita a Sermide per tranquillizzarla, nonostante la violenza nelle strade.

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    NAIROBI. A capo chino. Prega da giorni, senza sosta. Con l'orecchio teso a indagare i rumori dei passi di corsa lungo la strada e il sibilo sordo del terrore. Con il cuore, il suo piccolo cuore tartassato dall'età e dalla malaria, che pulsa per le sue sorelle e i cento bambini della scuola di Nairobi. Madre Stefana Pasetti, di San Michele in Bosco, è uno scricciolo di 80 anni. Da 43 vive in Kenya. Da 5 giorni a pranzo e cena mastica paura, fede e speranza.
    Fuori, la calma irreale della periferia di Nairobi, il triangolo dell'inferno tra Kisumu, Eldoret e Nakuru. Nomi dal suono esotico fino a ieri, in Italia, che oggi portano sferragliare di machete e pianti della gente. Nel convento, Madre Stefana Giovanna si sposta in punta di piedi, con i suoi passi lenti e incerti, dall'alba al tramonto per rassicurare le altre sette sorelle dell'Ordine della Beata Vergine. Per controllare che nella dispensa ci siano ancora provviste. Qualche parola, un po' in inglese, un po' in italiano, un po' un swahili, quello che ha imparato dai bimbi di Nairobi, poi il mormorio delle sue preghiere, l'unica arma per sconfiggere il terrore e la violenza. «E' andata a dormire alle sei e mezza del pomeriggio, come sempre, nella sua piccola stanza in fondo al convento» dice suor Antonina, africana doc che ha imparato l'italiano quando è venuta a trovare i parenti di madre Stefana che vivono alla corte Roversella di Sermide. «Non la sveglio, non vorrei spaventarla. Stiamo vivendo sul filo. In attesa. Ma abbiamo fede». Suor Antonina racconta la paura, l'angoscia per la caccia all'uomo che si è scatenata dopo le elezioni, dominate dal fantasma dei brogli. «Oggi va meglio, fuori c'è più calma. Silenzio. Sembra che gli scontri siano diminuiti, ma non sappiamo che cosa accadrà. Per ora possiamo solo immaginare. Uscire è pericoloso». Il convento è proprio sulla strada per Nakuru: un punto strategico, che non a caso è stato uno dei centri dell'orrore di questi giorni, da quando Mwai Kibaki è stato riconfermato presidente, nonostante le previsioni dessero la vittoria al leader dell'opposizione Odinga. Kibaki è di etnia kikuyo, il suo rivale è Luo. Ma per le suore di Madre Stefana le differenze non si misurano con violenza e armi. Kibaki, con la sua riforma della scuola, ha portato nelle aule del paese 5 milioni di bambini in più, e ha concesso cure gratuite per la malaria, quella che, quasi ogni anno, colpisce la suora mantovana. Odinga è un comunista che è diventato l'idolo dei diseredati. «Noi vorremmo solo che parlassero tra loro, e che nessuno facesse del male ad un altro». L'ha insegnata madre Stefana alle sorelle, la fede nella parola, oltre che nella preghiera. «Quando non prega legge. Legge tanto, madre Stefana, e quando trova dei giornali italiani li divora». E' tornata tante volte, in questi 43 anni, in Italia, per passare un po' di tempo con i parenti che le sono rimasti, a Sermide: la sorella Susy Pasetti Casari, e i nipoti Giorgio e Ervano. E la signora Susy, in preda all'angoscia, ieri è riuscita a scambiare due sms con la sorella. «Mi ha tranquillizzata. Lei spera nell'intervento internazionale. Dice di star bene, ma è molto anziana e il suo cuore è debole». Stefana Giovanna è stata a Sermide la scorsa estate, «per festeggiare con noi i suoi 80 anni. Stava nel collegio a Cremona e ospite da noi».
    E' riuscita a parlare con lei per pochi minuti, ieri nel primo pomeriggio, una nipote che vive sul lago di Garda. «Le ha detto che crede che ci siano stati molti morti, anche prima della strage di Eldoret, ma ieri la situazione sembrava più tranquilla. Il suo cuore soffre molto per questa tragedia del paese che lei considera la sua terra. E' partita nel 1964, invitata dall'allora vescovo, della diocesi di Kisii a Tabak, vicino al Lago Vittoria, Mourice Otunga. Fondò la prima scuola con 300 bambine, a cui insegnava lei stessa inglese e letteratura. Poi si è trasferita a Nairobi, e ha aperto una scuola vicino alle baraccopoli. E' la sua terra. Non tornerà più: vuole morire là. Ha già scelto il pezzetto di terra per la sua tomba».
    Rossella Canadè
    03 gennaio 2008

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