di Rossella Canadè
Nelle centinaia di pagine dei faldoni senza polvere, che diventano ogni giorno più ingombranti sulle scrivanie della Procura, sfogliati, letti, riletti, spostati, rigirati, c'è un buco nero. Venti minuti, forse qualcuno in più, che nessuno ha raccontato.
Quindici giorni dopo la morte di Dean Diljevic, appeso e morto impiccato alla cancellata del Magicnuar, su quella manciata di tempo è ancora mistero. Chi non c'era non può sapere, e chi c'era sembra non aver visto nulla. Versioni contraddittorie, poco credibili, smentite da altri, dall'evidenza o dalla pura logica.
Ma nel magma delle testimonianze, ci sono quattro occhi che non possono non aver visto. I due di Francesca Palombaro, ora protetti da occhiali scuri impenetrabili, e i due delle telecamere puntate verso l'entrata del privè. Le telecamere, prima di tutto. Gli apparecchi sono in bella vista attaccati alle pareti esterne del Magicnuar. Dispositivi 'per la sicurezza' che non hanno potuto difendere nessuno. Gli amici di Dean e i frequentatori del locale giurano che gli apparecchi erano sempre accesi: le riprese restavano in memoria 48 ore, poi venivano cancellate. Per la privacy dei clienti, disponibili a mostrare i desideri più intimi solo dentro l'oasi ovattata e profumata del privè.
Qualche ora fuori dagli schemi, e poi via nella vita 'normale'. «Siamo persone comuni, che puoi incontrare anche al supermercato, mica extraterrestri». Gli occhi furbi e omertosi delle telecamere sono puntati proprio verso la cancellata dove Dean, stazza due metri per 120 chili, è stramazzato con il guinzaglio del cane al collo. Non possono non aver visto. Un'ombra, delle sagome, delle luci: su quei minuti non può esserci il nulla. Ma gli investigatori tacciono.
Non confermano di averle sequestrate, non smentiscono di averle viste. Zero. Argomento tabù: come se conservassero l'asso pigliatutto per l'ultima mano. O, in gergo da poker, come se bluffassero. Fingo di avere un'arma letale per far uscire la tartaruga dal guscio. Se le telecamere fossero state manomesse? O se qualcuno le avesse spente? La giocata è ferma, come se non ci fosse fretta. Silenzio. E silenzio è la parola d'ordine di Francesca Palombaro. La donna, che aveva da qualche mese una relazione con la vittima con cui era andata a vivere in un appartamento di via Chiassi, è invisa ai parenti di Dean.
Il che non farebbe affatto notizia, anzi, rispetterebbe la migliore tradizione dei legami-legacci familiari, se non fosse che anche nessuno degli amici di lui la può vedere. Le puntano l'indice contro, vuoi per il passato poco blasè, vuoi, chissà perché, per quel tatuaggio sul dorso della mano, la 'D' di Dean. «Esagerato, prematuro». Un presagio nefasto. «Una condanna a morte» sintetizza un'amica. Francesca non può non aver visto. Perché lei c'era, quella sera.
Anche se in una delle tante versioni ha raccontato di essersi allontanata in bicicletta dal Magicnuar e di essere tornata troppo tardi. Quando Dean era già morto o quasi, impiccato alla cancellata. A contraddirla c'è la frase che dice l telefono all'amica, «Come vuoi che stia? Sono stata quaranta minuti con una persona morta tra le braccia». Che diavolo ha fatto in quei quaranta minuti? «Francesca non può non aver visto quello che è successo»: lo ha detto ad uno dei suoi avvocati Fabio Sogari, il dj del Magicnuar, arrivato al locale, lui sì, quando era davvero troppo tardi.
Ma Francesca tace. Incurante dei sospetti che pesano su di lei peggio di una condanna, dopo i primi racconti «in preda allo choc e alla disperazione», ha cambiato strategia. Consigliata dal principe del foro modenese Alessandro Sivelli, difensore del ciclista Riccardo Riccò, sotto inchiesta per doping, si è avvalsa della facoltà di non rispondere, in gergo tecnico. Martedì scorso, in pompa magna, scortata da due legali e un praticante, ha varcato il portone di via Conciliazione solo per salutare il Pm Silvia Bertuzzi con una stretta di mano. Una scelta precisa della difesa, per prendere le distanze dalla Procura mantovana. La rotta è di collisione, come suggeriscono i bene informati.
I suoi legali non avevano ricevuto risposta ad un'istanza, e questa è stata la loro replica. Arrivederci in Corte d'Assise. Perché una delle tante stranezze, forse la più macroscopica, di quest'indagine, è la posizione di Francesca. E' indagata, con Fabio, per omicidio volontario: non per favoreggiamento, non per omissione di soccorso. No, proprio per omicidio.
Il che significa che su di loro, soprattutto su di lei, nelle ultime ore, pesa qualcosa di più di un sospetto. «Non è solo una che non la racconta giusta» si lasciano andare in Procura. Però è a piede libero. Non è sottoposta ufficialmente a nessuna misura cautelare. Una strategia difficile da comprendere, per i non addetti ai lavori. Forse gli inquirenti sperano che si tradisca, magari che alzi il telefono per chiamare qualcuno. Uno scivolone, un momento di defaillance che sollevi un coperchio. Ma contro queste cadute è ragionevole immaginare che Sivelli & co le abbiano somministrato un potente antidoto. Sta barricata in casa con la madre nella villetta di Tè Brunetti e non risponde al telefonino, che però resta sempre acceso.
«Ha ricevuto minacce» hanno detto i suoi avvocati al Pm, chiedendo protezione. I familiari di Dean si chiamano fuori, «lei non ci piace, nasconde qualcosa, ma abbiamo fiducia nel magistrato e nella Squadra Mobile, non faremmo mai cose del genere» dice forte e chiaro Milodrag Diljevic, il padre di Dean. Forse le minacce arrivano proprio da quelli che Francesca sta proteggendo, per paura o per altro. Ma come la minacciano? Solo delinquentelli di primo pelo si farebbero beccare nelle vicinanze di una persona sotto indagine per omicidio. Mentre il giro in cui sembra fosse finito Dean è di ben altra stoffa.
Aveva accumulato debiti impossibili da onorare, si era lanciato in promesse difficili da mantenere, con gente che la sa molto lunga. I suoi ultimi giorni di vita sono segnati dagli sfoghi con gli amici più cari, liti con Francesca, ritorno tra le braccia della ex fidanzata, tasche così vuote da non poter pagare nemmeno una cena in osteria. E appuntamenti con potenziali acquirenti del Magicnuar.
Dove ci sono i segni, invece, di una lite furiosa. Un ufficio all'aria, carte strappate, oggetti rotti. Un finimondo. E un cane addestrato alla difesa estrema che quella sera, per incanto, come nel film, sembra essere diventato un agnellino. Il rottweiler, nervoso scagnozzo di Dean e del fratello Daniel, è l'unico personaggio presente senza ombra di dubbio sulla scena del delitto, ma non ha attaccato nessuno, per quello che si sa. Anche gli occhi di Adolf hanno visto, ma il cane è l'unico che non può parlare davvero.
13 agosto 2008