di Paolo Boldrini
Pare che Valentino Rossi, durante le gare, parli con la moto. E quando vince la bacia pure. Anche noi, nel nostro piccolo, seguiamo il suo esempio. Prima di partire per il Gp Nuvolari mettiamo le cose in chiaro con la Dkw F93 del 1956: «Noi ti trattiamo con i guanti e tu ci riporti fino a Mantova». L'auto non obietta e così consideriamo accettata la proposta.
L'atmosfera davanti a Palazzo Te il giorno della partenza, venerdì, è frizzante. Come tutti i principianti arriviamo con largo anticipo, alle 8 in punto, per le formalità di rito: licenza, iscrizione e ritiro del numero: 153. C'è il tempo per prendere un caffè che, per chi ha passato una notte quasi insonne per l'emozione, è un toccasana. Il cielo, intanto, diventa sempre più grigio. «Oggi ci inzuppiamo d'acqua», dice un pilota al suo navigatore. Le previsioni meteo non sono buone.
Sbrigate le pratiche ci prepariamo alle verifiche tecniche. Alle 10 in punto ci viene consegnata l'auto. E' la prima volta che la vediamo dal vivo e sembra molto bella: una cabriolet giallina con quattro posti comodi, una coda all'americana e un baule degno di questo nome. Il muso esprime simpatia con due grandi fanali. La leva del cambio è al volante, ma la vera particolarità è un'altra: la Dkw è spinta da un motore a tre cilindri a due tempi. Insomma va a miscela, come la Vespa, e nel fare il pieno bisogna stare ben attenti a mettere benzina e olio nelle dosi giuste altrimenti sono guai: se la miscela è troppo grassa l'auto fuma, se è troppo magra si rischia di grippare.
I tecnici del Museo Audi tradition, che curano l'auto come una figlia, ci spiegano per filo e per segno le sue caratteristiche. Indossano tutti una felpa rossa con il marchio dei quattro anelli, parlano un po' d'inglese e così riusciamo ad intenderci. Più o meno. Il capo del gruppo si chiama Martin e sembra lo spot dell'efficienza.
«Nel baule c'è l'olio giusto: un chilo ogni quaranta litri di verde», si raccomanda. «La Dkw F93 è a due tempi e quando lasci l'acceleratore è come se fosse in folle, non c'è freno motore». Ok Martin, ricevuto. Poi ci lascia il numero del suo cellulare: «Comunque noi vi seguiamo». Meno male.
PARTENZA. Carichiamo i bagagli. Inizia l'avventura di 1.047 chilometri tra Lombardia, Emilia, Marche e Toscana. Giro la chiave, spingo un pulsante bianco: va in moto subito. Più che un rombo dal motore esce un sibilo.
Inizia a piovere. Ci dirigiamo verso piazza Sordello con estrema calma e, una volta arrivati, parcheggiamo proprio di fianco ad un equipaggio vip: la giornalista della Rai Grimaldi in coppia con Labate. Indossano tute rosse da Formula 1, stile Schumacher.
Alle 14.20 partiamo: lo speaker scandisce i nostri nomi: «Ecco il numero 153, l'equipaggio mantovano Boldrini-Ferrari».
Via, andiamo verso Palazzo Te per la prima prova cronometrata. Sembra facile, ma non è così: bisogna passare con la ruota su un tubo (pressostato) rispettando al centesimo il tempo prestabilito. Chi arriva prima o dopo accumula penalità. Alla fine della gara chi ne ha di meno vince.
Meglio allentare la tensione: «Forza Paolo, cerchiamo di arrivare almeno penultimi», dico al mio navigatore.
Per questa avventura si è preparato al meglio: studia il percorso sul roadbook ed ha portato con sé una serie di torce per leggere le cartine al buio. Nel corso dei tre giorni si riveleranno molto utili.
Passata la prima prova ci dirigiamo verso Suzzara. Prima di arrivare in centro vediamo una Fiat degli anni '30 di un concorrente che ha perso una ruota.
L'accoglienza è molto calorosa: c'è la Sagra del Crocefisso e in piazza Garibaldi c'è molta gente che applaude. Il sindaco Anna Bonini timbra di persona la scheda del controllo. Ci offrono un sacchetto con schiacciatine e una bottiglia d'acqua.
Lasciamo alle spalle Suzzara per raggiungere Moglia, ultima tappa mantovana, prima di tuffarci nell'Emilia Romagna motoristica: San Giovanni in Persiceto e Imola.
L'autodromo Dino ed Enzo Ferrari spalanca le porte: l'emozione è tanta, almeno per noi. Su questa pista sono state scritte pagine importanti della storia della Formula 1: dal duello in casa Ferrari tra Villeneuve e Pironi fino a quel tragico primo maggio del 1994 quando la Williams di Ayrton Senna si schiantò contro un muretto senza lasciargli scampo. Dalla pista, prima di raggiungere la Tosa, riusciamo a scorgere un mazzo di fiori che ricorda il pilota brasiliano.
Qui i bolidi di F1 sfrecciavano a 300 chilometri orari: noi affrontiamo la Tosa ai 40 e la salita successiva, una delle tante che incontreremo nel percorso, mette alla frusta il nostro tre cilindri. Il giro purtroppo finisce presto. Un vero peccato. Da Imola ci spostiamo a Meldola: l'accoglienza anche qui è squisita. Lo speaker scandisce tutti i nomi dei concorrenti con una scheda sintetica delle auto.
«Ecco la Dkw del 1956 dell'equipaggio mantovano Boldrini-Ferrari. Benvenuti a Meldola». E giù applausi.
Un rito che si è ripetuto trecento volte. A sera, secondo me, è arrivato senza voce. In piazza la gente saluta e sventola bandiere. Noi ricambiamo. Ora ci dirigiamo verso i monti di San Marino. Iniziano i guai. Le salite si fanno sempre più frequenti, piove, scende la nebbia. La strada non si vede. Paolo indossa la torcia da minatore per illuminare il book. La strada si vede pochissimo. Davanti a noi, ad un certo punto, compare una spider di un concorrente tedesco: il navigatore ha aperto l'ombrello per limitare i danni. Un eroe. La tortura di saliscendi, tornanti, salite e discese finisce a San Marino. Sono le 21 passate, ho una fame da lupo e divoro la schiacciatina che ci hanno regalato in pochi secondi. La meta è ancora lontana ed abbiamo un problema: la benzina sta finendo. Dopo una breve consultazione decidiamo il da farsi: non possiamo rischiare e facciamo una deviazione a caccia di distributori.
Da San Marino arriviamo alle porte di Rimini sulla superstrada e finalmente troviamo un self-service: Paolo si prende carico delle operazioni del pieno. Fatto, si riparte verso l'autodromo di Misano. Siamo in ritardo sulla tabella di marcia. Il rischio è di saltare la cena. Arriviamo al pelo: due giri di pista, prove e timbri e poi, alle 22 passate, finalmente parcheggiamo l'auto davanti al ristorante del circuito e mangiamo un piatto caldo. Ormai solo pochi chilometri ci separano dal Grand Hotel di Rimini. E' la fine della prima tappa.
SECONDA TAPPA. La sveglia è impietosa: suona alle 6.20 ed ha l'effetto di una martellata in testa. Alle 7.50 dobbiamo partire per Arezzo, Siena e ritorno, su e giù per i monti toscani. In tutto 489 chilometri. Il tempo è buono, ma la Dkw soffre un po' le salite. Scalo le marce, uso tanto la seconda e dopo ogni tornante accosto perché gli altri concorrenti arrivano più veloci: li faccio passare.
Anche alla fine della seconda tappa si ripresenta il problema della benzina. Tra Radda in Chianti, Pian di Meleto e Montefiore Conca i distributori scarseggiano: ad un certo punto la strada sale, l'indicatore del carburante pende impietosamente a sinistra.
Mi prende lo sconforto: «Paolo, va a finire che restiamo a piedi». Ad un certo punto, come un miraggio nel deserto, alla fine della centesima salita arriviamo in un paese. A destra scorgiamo l'insegna di un distributore: mi lascio andare ad un urlo liberatorio. Anche questa è fatta.
Passata la paura riprendiamo la strada per tornare a Rimini. A pochi chilometri dalla meta arriviamo in un paese, se non ricordo male Montefiore Conca. C'è la sagra e in centro c'è pieno di bambini che salutano. «Batti un cinque», dicono agli equipaggi. Paolo tira fuori la mano e li accontenta rendendoli felici.
ARRIVO. La terza tappa, sulla carta, è la più facile. Tutta in pianura e in parte, almeno per noi, su strade conosciute. Attraversiamo Lugo, Portomaggiore per arrivare a Ferrara. Prove in circuito e via, verso Mantova. Finalmente i cartelli della nostra città. E' un altro miraggio. A questo punto ci importa ben poco della classifica: vogliamo arrivare e basta. Scandisco a Paolo le località che conosco a memoria: Pilastri, Malcantone, Dragoncello e Poggio Rusco, il mio paese natale. C'è un pallido sole. In tre giorni non abbiamo mai aperto la capote. Ci fermiamo un attimo per un rapido consulto: giù il tetto e via verso Poggio Rusco. Entriamo dal cavalcavia, poi in via Cappi dove sono nato e vissuto e giriamo per via Matteotti. C'è il controllo a timbro. Vedo un amico ed ex vicino di casa, Andrea Benatti, ma lui di colpo non mi riconosce. Poi, passata la sorpresa, mi stringe la mano con calore.
Percorriamo alcuni metri e ci fermiamo di nuovo per un breve saluto ai parenti e una foto ricordo con il figlio di un altro amico, Davide Bocchi. Avanti, dobbiamo andare avanti. San Giacomo Segnate ci aspetta e poi Bondanello: anche qui l'accoglienza è calorosa. In piazza c'è il sindaco Bavutti e all'uscita c'è un grosso cartello: «Arrivederci all'anno prossimo».
Ci siamo quasi. Arriviamo a San Benedetto, altro controllo e via verso Barbasso. Siamo alle porte di Mantova. «Dai Paolo, ce l'abbiamo fatta». Ho parlato troppo presto. Imboccata l'Ostigliese dopo Formigosa il motore comincia a borbottare. Le nostro comunicazioni all'interno dell'abitacolo si fanno frenetiche: «Paolo, il tre cilindri strappa». Arriviamo sul cavalcavia di via Brennero. Giro la chiave, si spegne. Affrontiamo la discesa in folle. Accosto a destra.
Mi scappano almeno dieci parolacce, forse di più. Non è possibile, abbiamo fatto mille chilometri, ne mancano tre. Paolo mi suggerisce di stare calmo: «Lasciamola raffreddare per cinque minuti, poi ripartiamo».
Mi siedo sconsolato sul gradino di un'aiuola a guardare gli altri concorrenti che sfrecciano verso Mantova. Li invidio. Ma dopo pochi attimi passano i nostri angeli custodi, l'assistenza dell'Audi: «Have you a a problem?», mi chiedono. «Yes», rispondiamo.
Parcheggiano il suv Q7 nero, scendono e aprono il cofano. Dopo qualche minuto arriva Martin: gli spieghiamo in inglese che il motore strappa e si mette subito al lavoro.
«Martin - gli dico - io voglio arrivare a Mantova a tutti i costi». Lui risponde con un sorriso. «We push you» (ti spingiamo). I tecnici cambiano le candele, sistemano le puntine. Paolo è abbastanza calmo, a me tremano le gambe. Arrivano le prime telefonate dei familiari: «Dove sieti finiti, stanno arrivando tutti gli altri». «Portate pazienza», rispondo. Un meccanico dell'Audi si mette al volante. Gira la chiave. Incrocio le dita: la Dkw riparte. Mi esce dalla bocca un urlo liberatorio: e vai. Saliamo in macchina e ci dirigiamo verso Mantova. Paolo mi raccomanda di andare piano. L'auto risponde bene, è perfetta. Ultimo controllo timbro a Sparafucile, poi piazza Arche, via Calvi, via Cavour, via Cairoli e piazza Sordello. E' bellissima, piena di gente e di auto d'epoca.
Entriamo: lo speaker scandisce i nostri nomi, l'equipaggio mantovano 153 è arrivato. Al traguardo c'è Martin che sorride e mi stringe la mano. Pensavo di non farcela.
Alla fine siamo arrivati 191º in classifica. Poteva andar peggio. A pensarci bene, però, anche meglio.
19 settembre 2008