di Stefano Scansani
Preparatevi. Vi verrà voglia di agguantarlo, rigirarlo fra le mani, accarezzarlo, contemplarlo. Il gioco è fatto. E’ successo anche a me, quando per la prima volta a San Pietroburgo, nel 2004, si materializzò, di colpo. Smarrito e ritrovato nella memoria degli studi e delle leggende della storia dell’arte, precisamente nella sezione della glittica dell’Ermitage, il più grande museo del mondo. A San Pietroburgo venne voglia anche a me di trapassare la vetrina, impadronirmene, rigirarlo fra le mani, accarezzarlo, adorarlo. Il Cammeo Gonzaga induce nella tentazione di portarlo a casa, perché è splendido, unico, comodo.
Sto cercando di condensare le origini e il senso di questa ip-nosi, con qualche difficoltà. Provo. Il Cammeo Gonzaga, che torna a Mantova dopo oltre quattro secoli, è un oggetto del desiderio che ha attraversato intatto il tempo e lo spazio, cioè la storia e la geografia. E’ così bello e prezioso che mai - neanche in un solo mo-mento del suo viaggio che dura da duemilatrecento anni - il fascino si è offuscato, ha subito crisi, dispersioni, svalutazioni. Anzi, ogni volta che il Cammeo Gonzaga ha conosciuto proprietari diversi e ha preso contatto con nuovi polpastrelli si è ricaricato d’una forza sua, solo sua, improntatagli dagli uomini e dalle donne che l’hanno posseduto o semplicemente sognato. Il Cammeo cava energia. Il Cammeo è energia.
Preparatevi. La voglia di toccarlo e quasi prenderlo per por-tarlo a casa è la stessa che deve aver innescato la febbre in papi, imperatori e re. Che non è un modo di dire ovvio per chiamare in causa generici arcipotenti della storia, ma la vera sequenza dei passaggi di mano che il Cammeo Gonzaga ha conosciuto nel suo viaggio, straordinario. Dall’Egitto alla Russia. Dal Nilo al Baltico. Dai deserti ai ghiacci.
ANTICHITA’ PORTATILE Oggetto del desiderio, irresistibile. Per un paio di motivi. Il primo: come oggetto prezioso, per le sue dimensioni formidabili nella speciale famiglia dei cammei, per la sua bellezza e qualità formale che ne alimentano il valore intrinseco. Il secondo: il pezzo dell’Ermitage ha un tale sovraccarico di significati e accumulo di fascinazioni da aver perforato tranquillo tranquillo la quarta dimensione. Dall’età tolemaica (in attesa di precisazioni sulla datazione convenzionale al III secolo avanti Cristo) sino al presente. Il Cammeo Gonzaga rappresenta quindi un modello di “antichità portatile”. Sublime per materiale, stazza, virtuosismo tecnico e anima, ha ordinato e continua a ordinare “prendimi”.
LA VOGLIA DI AGGUANTARLO Quando lo vidi materialmente per la prima volta nel 2004, mi prese la voglia di agguantarlo. Un soprassalto possessorio di quel genere che sta nei film del Signore degli Anelli: “E’ mio!”. Per un motivo personale e maniacale. Quello della catasta di toccamenti. Cioè della quantità di mani che l’hanno sfiorato, trattenuto, mostrato, tastato. E’ una questione di impronte digitali che, da sole e se davvero sono resistite sulla superficie del capolavoro, costituirebbero una carta geografica del mondo e delle passioni degli u-mani. Mentre l’arte ha intagliato il ritratto della coppia imperiale nella pietra multistrato, l’ansia e la gioia del possesso che aleggiano intorno all’opera sono diventate un’aura. Il Cammeo Gonzaga per forza di cose e miti è di conseguenza un talismano. Hanno potuto dire “è mio” personaggi ingombranti, dominanti, strapotenti come Isabella d’Este, Vincenzo I Gonzaga, Rodolfo II d’Asburgo, Cristina di Svezia, Pio VI, Napoleone Bonaparte, la sua prima moglie Giuseppina, Alessandro I Romanov.
La pietra rinserra e irradia il fascino dell’Egitto dei Tolomei, cioè i faraoni dell’età ellenistica. Capolavoro della stagione di A-lessandro Magno, quindi. La gemma con i capita iugata (teste doppie, di due coniugi, di profilo) nella storia ha altalenato fra diverse identificazioni. La più convincente: Tolomeo II Filadelfo con la sorella-moglie Arsinoe II, avi di Cleopatra.
Il materiale è preziosissimo. Pietra sardonica a tre strati. Mi-sure superlative: 157 per 118 millimetri. La gemma, realizzata da un anonimo e geniale intagliatore di Alessandria d’Egitto, è da o-stentare come un ritratto divinizzato e non da utilizzare come un monile secondo il costume recente (è troppo grande, nessun collo reggerebbe).
Chissà per quali vie, il pezzo transitò dall’avanti al dopo Cri-sto e quindi al rinascimento, viaggiando per mare e per terra, approdando su questa sponda del Mediterraneo, generando, completando o svigorendo fortune e tesori. Dopo aver percorso chissà quali traiettorie, che sogno nilotiche, mediorientali, costantinopolitane, crociate…
SUL MINCIO, MISTERIOSAMENTE A Mantova il Cammeo è segnalato nelle collezioni persona-lissime della gelosa e insaziabile Isabella d’Este che fece il bello e il cattivo tempo sulle mode e i gusti italiani ed europei fra il 1490 e il 1539. Chissà come e dove l’aveva scovato, contrattato e com-prato. Negli armadioli dello Studiolo o della Grotta il capolavoro tolemaico deve aver scatenato sorpresa e sbalordimento nei pochi potenti e sapienti privilegiati ospiti della marchesa.
Immaginatevela con quell’insopprimibile appetito di anticaglie, lei, Isabella, a-prire lo stipo e ostentare sui palmi delle mani il Cammeo, nel buio d’oro e d’azzurro dei camerini affollati dai Mantegna, Perugino, Lorenzo Costa, Correggio, i cupidi di Michelangelo e di Prassitele e altra varia selva di meraviglie classiche e moderne. C’era da uscirne in catalessi. Nell’inventario delle robbe che appartennero al mondo incantato della marchesa, redatto del notaio Odoardo Stivini fra il 1540 e il 1542, è documentato per la prima volta uno cameo grande fornito d’oro con due teste di relevo de Cesare e Livia… Secondo gli ultimi studi dovrebbe essere il “nostro”. Il dibattito intorno alle origini, alla datazione e ai primi tour europei del capolavoro è sempre acceso. La mostra mantovana è fonte di una ulteriore discussione. L’ingrediente del mistero è invincibile.
AMMALATI DI CAMMEITE Dopo l’esperienza artistica stravagante e indelebile di Giulio Romano a Mantova, con Guglielmo e poi con Vicenzo I Gonzaga il Cammeo più bello e più grande che c’era (e che c’è) conobbe una curva d’interesse e una fama senza limiti, inedita. Basta con gli armadioli, la rinascenza al femminile, il pensatoio. La moderna concezione delle collezioni dinastiche spezzò l’incantesimo degli Studioli e delle Grotte. Parola d’ordine: esporre, esporre, esporre. Le ducali collezioni divennero macchine di propaganda e strategia politica. Ecco il Cammeo in vista, come tutta la quadreria e la statuaria, come tutti gli altri cammei che provenivano dalla celebrata raccolta di papa Paolo II Barbo acquistata dal cardinale Francesco Gonzaga. Il non comune modello d’antichità portatile legittimava e rappresentava il potere dei principi di Mantova ormai imparentati con le superpotenze del continente e con vanità stratosferiche.
IL PENDANT DEI RE MAGI Addirittura il simpatico megalomane, bon vivant, indomabile sperperatore Vincenzo I venne anche lui colpito dalla “cammeite”. Affiancò al capolavoro ereditato dalla bisnonna un altro cammeo superlativo, acquistato nel 1587 dai veronesi Mario Bevilacqua e Girolamo Canossa, anch’esso in mostra, concesso dal Kunsthisto-risches Museum di Vienna. Vera febbre da collezione di cammei. L’anno 1587 è fondamentale: morì l’austero e risparmioso Guglielmo, salì al trono lo sfavillante Vincenzo I che immediatamen-te s’indebitò per l’intera esistenza. Quel cammeo nuovo era stato valutato 1.000 scudi d’oro e la sua traiettoria era per giunta di reliquia: sempre tolemaico, però più piccolo del “nostro”, 115 per 113 millimetri con i ritratti di Tolomeo II Filadelfo e di Arsinoe II, staccato nel 1574 dallo scrigno dei Re Magi a Colonia, dov’era in-castonato nel XIII secolo.
NELLA ZOIOLÈRA Il Cammeo Gonzaga resta assoluto. La sua valutazione sei-centesca è esorbitante: 4.800 scudi d’oro. Mi piace immaginare il capolavoro esposto nella zoiolèra, la gioielliera, una costruzione fatta apposta, addossata alla fatidica Galleria della Mostra, su modello della Tribuna voluta dai Medici agli Uffizi. Il luogo delle arti preziose della corte di Mantova nella topografia delle esposizione della collezioni dinastiche, l’embrione del concetto museografico moderno. Nell’anatomia attuale della reggia la zoiolèra coincide con la camera da letto delle sagriste della basilica palatina di Santa Barbara, la Galleria della Mostra è stata ripopolata con un esercito di busti romani, il “camarìn ferato” (il bunker ducale) è stato disperso nei rifacimenti e il Logion Serato è diventato la Galleria degli Specchi. La fortuna del Cammeo Gonzaga è documentata anche dall’ammaliamento che – ad esempio – subì Pieter Paul Rubens, pittore diletto e consigliere artistico di sua altezza serenissima Vincenzo I, che traspose il concetto del Cammeo in una serie di opere esposte in questa mostra. Una fortuna universale così ma-niacale, che l’oggetto del desiderio sparì da Mantova.
RISCHIÒ ANCHE DI ANNEGARE Il Cammeo Gonzaga riprese a viaggiare e lo agguantò l’imperatore Rodolfo II d’Asburgo, più stravagante e umorale di Vincenzo I e suo compare d’imprese folli e mattane per l’arte, le-gati pure dalla morte che li fulminò nello stesso anno, 1612.
Il duca di Mantova nel 1603 aveva resistito e poi ceduto alle pressioni del sovrano e alle sollecitazioni diplomatiche. Neanche tanti i giri di parole: il Cammeo Gonzaga venga a Praga perché sua maestà estremamente lo desidera. Un regalino. Così la gemma maxi raggiunse le collezioni imperiali dove sarebbe confluita l’altra pietra intagliata, quella del Kunsthistorisches Museum di Vienna, spedita dalla città del Mincio probabilmente come dote di Eleonora Gon-zaga (figlia del solito Vincenzo I) andata in sposa a Ferdinando II nel 1622. L’imperatore che nel 1630 scatenerà su Mantova il tragico sacco lanzichenecco. Quel che si dice il destino. Durante il delicato e segreto trasporto a Praga il corriere gon-zaghesco annegò, ma arrivarono comunque a destinazione le lette-re del duca di Mantova e il Cammeo Gonzaga, raggiunto dall’acqua, nonostante la doppia scatola, la tela cerata e il canovaccio dov’era stato custodito.
INFLUSSI E PASSAMANI Il Cammeo Gonzaga ha influssi? Quando ci sono in ballo l’Egitto e una catena di particolari circostanze, l’immaginazione tenta come un serpente. Non aggiungo altro per non cascare nel cunicolo del romanzo. Ma la sua dipartita da Praga, nel 1648, coincise con un altro saccheggio. Quello degli svedesi. La gemma passò dal tesoro degli Asburgo sacri romani imperatori in quello della regina Cristina di Svezia, celebre per essersi convertita al cattolicesimo tanto da divenire un manifesto pontificio anti-protestante. Quasi inevitabile nel 1689 il passaggio della pietra dalle raccolte di Stoccolma della ex sovrana defunta alle proprietà del cardinale Decio Azzolino, suo personale amico. Il porporato morì appena dopo due mesi e la gemma passò a suo nipote Pompeo e, sempre nel circuito romano, al duca Livio Odescalchi. Co-me un magnete il Cammeo Gonzaga attrasse le attenzioni vaticane. Insieme al Gabinetto delle Medaglie appartenuto alla regina Cristina, la gemma fu infatti acquistata da papa Pio VI.
Con il pontefice in ostaggio Napoleone si portò in Francia anche il Cammeo Gonzaga. Era il 1798. I francesi si presero il pa-pa-re Giovanni Angelico Braschi e la trasportarono oltre le Alpi insieme alla gemma tolemaica, che sembrava fatta apposta per sa-cramentare la nuova potenza votata all’impero e celebrare la cop-pia del momento, tale e quale agli incoronati Tolomeo e Arsinoe. Bonaparte donò la pietra alla moglie Giuseppina Beauharnais, poi ripudiata nel 1809. L’ultimo viaggio della gemma segnò l’epilogo di un altro so-gno: anno tragico 1814, l’esaurimento dell’avventura napoleonica e un nuovo colpo di scena nell’ultimo passaggio di mano della pietra. Giuseppina, relegata nella Malmaison, donò la pietra ad Alessandro I, zar di tutte le Russie avversario del suo ex marito. Nel 1812 Bonaparte aveva subito la disfatta in Russia, nel 1813 era stato sconfitto a Lipsia, nel 1814 veniva esiliato sull’isola d’Elba. Nello stesso anno Giuseppina andò all’altro mondo.
Il Cammeo Gonzaga confluì nelle collezioni degli zar e con esso germinò l’infinito patrimonio del Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.
Una vicenda intricatissima e leggendaria. Così lunga e larga da far sovrapporre ed equivocare il Cammeo Gonzaga con l’altro viennese e altri ancora. Intricatissima e intrigante: l’avventura della pietra – badateci – è l’archetipo d’ogni capolavoro con la sua scia dentro il tempo. Un inseguimento che chiama in causa l’arte in quanto tale, la storia e i suoi protagonisti, le carte d’archivio, i musei del mondo, e un giusto dosaggio di psicologia, quella che sostiene l’architettura del subconscio dei potenti e l’altra che innerva l’inconscio collettivo.
La voglia di agguantare e portare a casa il Cammeo Gonzaga è un ordine interiore. Ancora più motivato se si è targati Mantova. Questa gemma, seppur donata e quindi non venduta o trafugata, rappresenta un fragmento della città gonzaghesca, idealizzata, rimpianta, ma non perduta per sempre. Una malattia di cui i residenti soffrono in maniera più o meno acuta quando ripensano alle vendite delle collezioni ducali del 1627-1628 e alla spoliazione del 1630. Colpi di grazia che annientarono la più ricca collezione di-spiegata nel più grande edificio principesco del mondo. La mostra La Celeste Galeria dei Gonzaga proposta nel 2002-2003 dal Centro internazionale di Palazzo Te (oltre 530.000 visitatori) ha permesso di rielaborare il lutto. Ma non c’è pezzo che da solo o in compagnia torni da questo e quel continente che non costituisca per Mantova una nuova gloria ritrovata, un soggiorno a casa, un pensamento struggente e un’occasione forte per ritornare baricentro del rinascimento pieno e tardo, ricollocarsi, riconoscersi.
LA CACCIA AL TESORO La mia insistenza all’inizio fu lieve. Ma in occasione degli al-tri viaggi a San Pietroburgo divenne motivata e ostinata. I colleghi di viaggio mi diedero della faccia tosta e della faccia di bronzo perché così destabilizzavo il lessico col quale bisogna parlare con i vertici dell’Ermitage, stato nello stato, tre milioni di pezzi. Ogni museo ha la sua chiave d’entrata, suscettibilisima. Se volete inten-dere l’universo del museo di San Pietroburgo guardatevi prima il film di Alexandr Nikolaevi? Sukorov L’arca russa.
Finì che i vertici mi presero sul serio, riconoscendo al Cammeo Gonzaga l’oggetto necessario per confermare le ottime rela-zioni con Mantova. Anche il presidente del Centro di Palazzo Te, Enrico Voceri, e lo storico dell’arte Mauro Lucco, si convertirono. Il primo trasformò la mia sfacciata ostinazione in una sollecitazione formale, sistematica, documentata, e il presidente Mikhail Pio-trovsky disse sì. Il secondo colse il senso della mia risposta alla domanda: come si fa a creare un evento intorno al Cammeo Gonzaga? Chiamando a Mantova tutti i proprietari della gemma, ovvero i loro ritratti, convocando a Mantova una campionatura delle ar-ti preziose alla corte gonzaghesca, mirabilia, gioielli, tesori esotici, creazioni fantasmagoriche. Era la primavera del 2006, e a San Pie-troburgo mentre si parlava di Andrea Mantegna pigliò corpo il cantiere per il Cammeo Gonzaga. Una caccia al tesoro.
Eccolo. Anche a voi verrà voglia di agguantarlo, rigirarlo fra le mani, accarezzarlo, contemplarlo. Dopo quasi quattro secoli dall’addio a Mantova e 194 anni dal suo accasamento all’Ermitage, il Cammeo Gonzaga torna a essere oggetto del desiderio. Anche le nostre facce possono finire fra i ritratti di chi l’ha goduto. Di chi l’ha sorpreso ancora a viaggiare, e vorrebbe ag-guantarlo per portarlo a casa.
09 ottobre 2008