di Enrico Grazioli
Forse in molti pensano che l'addio di Veltroni abbia segnato il punto di non ritorno del Pd, ultima speranza per chi non si è rassegnato a quella lenta eutanasia della democrazia che è il berlusconismo, una dolce morte con il beneplacito pure della Chiesa o di chi la rappresenta ufficialmente in Italia.
Non è così: il Pd era già morto, o artificialmente tenuto in vita fin dalla sua nascita o da poco dopo. Non perché l'idea originaria fosse sbagliata, anzi. Ma perché il senso profondo dell'innovazione che il progetto portava in sé è stato frainteso dai più: soprattutto dalle levatrici interessate, le vecchie ziette che nel neonato hanno visto l'occasione per riguadagnare un ruolo che il tempo, galantuomo nonostante tutto, stava loro ormai negando.
Se il Pd significava il nuovo, il nuovo doveva essere: nelle idee che rappresentava e nelle persone che avrebbero dovuto portarle avanti. Non è stato così, a Roma come nelle mille Italie che ancora credono in un futuro libero dai bisogni e non dalle regole, che ancora si sentono di spendersi per il bene comune e non per l'interesse particolare, per un Paese dove la disuguaglianza sia percepita come un limite e non come un successo per chi sta dalla parte dove splende sempre il sole.
Quel nuovo non è sbocciato: le classi dirigenti sono rimaste le stesse, le occasioni di promuovere convinzioni e strategie di rottura verso il passato sono state aggirate o sono diventate paludi in cui sprofondare divisi (come si può silurare Marino dalla commissione Sanità? E' riformismo quello?). Le correnti hanno trionfato come ci ricordano oggi soprattutto coloro che si sono schierati, perdendo, nelle correnti minoritarie.
E soprattutto le persone, le risorse, le facce nuove che al momento delle Primarie si erano affacciate sulla scena dell'impegno politico sono state ignorate, respinte nei fatti se non espulse: il delitto più grave per chi lamenta a parole la disaffezione, la fine della partecipazione che un tempo era linfa vitale dei partiti di popolo, oggi solo un fastidio per chi non vuole mollare il mazzo anche se il banco è sempre più povero.
E l'opposizione, che da sempre è il miglior collante per una forza politica che deve formarsi, si è tramutata nel sillabario delle incertezze e delle contraddizioni: fino a provare vergogna a chiamare corruttore chi è riconosciuto corruttore dai tribunali della Repubblica (e a considerare un problema l'alleato che di questi temi fa sistematicamente la propria bandiera, incontrando, toh che caso, il consenso di molti elettori disorientati).
Cosa volete che siano un Franceschini o un Bersani, un Letta o un Parisi, figli di ciò che sono, di fronte a questi scenari? Nulla. E nulla saranno se ciò che resta del Pd non recupera in fretta, per rinascere, il suo senso originario. A partire da una consultazione di base che comunque prima o poi dovrà esserci per scegliere un leader autentico, ma sulla base di un progetto. Dare la parola al popolo (del Pd). Che, sì, sarà bue: ma non è detto che sia bestia come chi ha pensato fino a oggi di portarlo al pascolo credendo, semplicemente, di mungerlo.
23 febbraio 2009