Dossier/ I tentacoli della mafia in Lombardia

     MILANO. La penetrazione delle organizzazioni mafiose a Milano e provincia diventa sempre più pregnante, aumentando di anno in anno, perché «favorita - secondo i magistrati della Dda - da una maggiore predisposizione degli ambienti amministrativi, economici e finanziari ad avvalersi dei rapporti che si instaurano con l'ambiente criminale». Dalle indagini antimafia coordinate dalla procura distrettuale di Milano, l'infiltrazione di'ndrangheta e Cosa nostra emerge soprattutto nei settori delle opere pubbliche, dell'edilizia, dei mercati e della circolazione del denaro».
    Per questo motivo i pm della Dda di Milano hanno accentuato il proprio impegno a contrastare anche questo tipo di fenomeni criminali, iniziando nuove indagini antimafia da cui emerge come la'ndrangheta, e in parte Cosa nostra di Palermo, controllano il narcotraffico e gli appalti pubblici e sfruttano societa' apparentemente legali per il riciclaggio.

    La Lombardia è una regione che, tradizionalmente, ha visto la presenza della'ndrangheta e di Cosa nostra in modo ampio e pregnante, seconda solo al territorio calabrese e siciliano. E non è una presenza che risale a questi anni. Già negli anni 70 e 80, la Lombardia è stata al centro dei sequestri di persona, cioè dell'attività criminale più odiosa e feroce messa in atto dalla'ndrangheta, al fine di realizzare quell'accumulo di capitale che le avrebbe consentito di entrare, negli anni Novanta, da protagonista nel mercato internazionale della droga.
    Per i magistrati antimafia l'affermazione che Milano sia la capitale della'ndrangheta, quanto meno sotto il profilo economico finanziario, non deve destare stupore, né dare scandalo, quasi che si fosse con tale definizione, imbrattato un territorio immune da questo tipo di contaminazioni».

    La Dda di Milano durante gli anni Novanta si è occupata quasi esclusivamente della'ndrangheta in Lombardia, grazie anche ad una lunga e qualificata serie di collaboratori di giustizia, che hanno consentito di scoprire i suoi organigrammi, gli insediamenti, le attività, gli interessi, la rete di copertura anche istituzionale di cui godeva». I pm indagano nel milanese su formazioni di tipo'ndranghetistico, la cui esistenza per i magistrati pone in serio pericolo il tranquillo svolgersi della vita della collettività interessata da tali presenze». E dalle indagini si scopre che i clan radicati in Lombardia sarebbero autonomi rispetto a quelli della'madrepatria' Calabria.

    I CLAN INTORNO A MILANO

    Le indagini della Direzione distrettuale antimafia di Milano tracciano una mappa delle mafie che hanno messo le mani sul capoluogo lombardo e nel suo hinterland.

    A Milano sono presenti quasi tutte le cosche della'ndrangheta di Reggio Calabria e provincia, ma anche gruppi siciliani ricollegabili a Cosa nostra di Palermo che in alcuni casi si interfacciano in operazioni criminali ai calabresi, in particolare nel settore degli investimenti immobiliari e della gestione di attività commerciali (in particolare locali pubblici e mercato ortofrutticolo).

    Nella zona a nord del capoluogo, corrispondente ai territori dei circondari che vanno fino a Monza, Como e Lecco, vi è la presenza di gruppi della'ndrangheta che fa riferimento al clan di Coco Trovato (Lecco), alla'ndrina Mancuso di Limbadi (Monza), quella di Morabito di Africo nel territorio di Como.

    Nella zona a sud di Milano e cioè nei circondari e fino a Pavia e Lodi, non vi è alcuna presenza delle organizzazioni criminali italiane, ma vi sono quelle di gruppi stranieri, composti in particolare da extracomunitari di origine slavo-albanese e romeni, che gestiscono traffici di stupefacenti, lo sfruttamento della prostituzione e furti.

    Nella zona a nord-ovest del capoluogo, corrispondente al territorio della provincia di Varese, vi è una significativa presenza di esponenti della'ndrangheta del crotonese, in particolare provenienti da Cirò Marina, riconducibili alla cosca Farao-Marincola.

    BUCCINASCO, NON SIAMO LA MAFIA DEL NORD

    Per la Direzione Nazionale Antimafia è uno dei luoghi simbolo dell'infiltrazione mafiosa in Lombardia, ma Buccinasco - paesone di 28mila anime a sud di Milano, un tempo quartiere dormitorio, oggi zona residenziale, da sempre associato ad alcune storiche famiglie della mafia calabrese come i Barbaro e i Papalia - non ci sta a essere descritta come la capitale della'ndrangheta al nord.

    Non spetta a noi fare i poliziotti, però - dice Tiziana Maiolo, che da gennaio è assessore alla sicurezza del Comune - abbiamo dato segnali forti per far capire da che parte stiamo». Contro l'illegalità, l'amministrazione ha messo in campo varie iniziative: domani partono gli incontri nelle scuole medie con il sindaco Loris Cereda e lo stesso assessore, mentre sul fronte sicurezza «ci sono ronde, telecamere e corsi di autodifesa». «Insomma - spiega Maiolo - Buccinasco si difende bene e lancia messaggi chiari. Sappiamo che le famiglie della'ndrangheta ci sono, ma non hanno interesse a catturare l'interesse su Buccinasco. La'ndrangheta fa una politica criminale a livello internazionale per appalti e traffico di droga, la sua attivita' - conclude Maiolo - si svolge a livelli più alti, non nella piazza del paese, anche se molti vivono ancora qui».

    Il sindaco di centrodestra Loris Cereda, invece, non vuole che si parli di famiglie della'ndrangheta: in Veneto ci sono tanti Maniero brava gente, bisogna stare attenti a parlare di cognomi». Per il primo cittadino, eletto nel 2007, l'operazione di ieri contro la'ndrangheta dimostra che le infiltrazioni sono ovunque, anche se Buccinasco ha un'importante storia al negativo negli anni 80 e 90».

    Poi, secondo Cereda, la situazione è andata migliorando dall'operazione'Nord-Sud', partita nel'93 dalle rivelazioni di Saverio Morabito, passando per gli arresti degli eredi del clan Papalia dell'estate 2008 fino all'operazione di ieri, che ha decapitato la terza generazione di famiglie della'ndrangheta attive in Lombardia. Magistratura e forze dell'ordine stanno lavorando bene, a conferma che l'irradiazione è importante». Secondo Cereda, però, «il problema vero non è il riciclo dei capitali, ma come si creano: non capisco perchè - sottolinea - ci sia una così grande attenzione al movimento della terra, quando il problema andrebbe preso alla radice, ossia allo spaccio di droga».

    Il primo cittadino lamenta anche il fatto che «dove governa la sinistra non si parla di'ndrangheta, mentre se vinciamo noi le elezioni si iniziano a fare subito illazioni. Anche per questo, «abbiamo subito avviato una procedura di massima trasparenza e dato segnali forti invitando in consiglio comunale, lo scorso 5 marzo, il presidente del tribunale di Milano Livia Pomodoro e il presidente aggiunto della sezione gip Claudio Castelli».

    Con loro è stato deciso di istituire il 21 marzo come giornata simbolo contro la mafia: per la prima edizione, verrà deposta una corona d'alloro in piazza dei Giusti. Altrettanto simbolica la scelta di trasformare in un asilo nido la villetta di via Odessa confiscata alla mafia insieme ad altri sei edifici.

    CONTRASTARE INFILTRAZIONI NELL'EXPO

    Capitale morale prima, capitale della moda e del fashion poi. Da tempo, però, Milano deve fare i conti con un nuovo, senz'altro meno nobile, primato: essere la principale base d'azione della'ndrangheta. Ora che la citta' si appresta a diventare un cantiere a cielo aperto in vista di Expo 2015, da più parti si fa spazio l'idea di istituire controlli speciali per impedire infiltrazioni mafiose negli appalti.

    Gli arresti di ieri nel milanese ai danni di una cosca calabrese che avrebbe tentato di aggiudicarsi i lavori per la Tav e l'allargamento della A4 in Lombardia e la relazione della Direzione Nazionale Antimafia, che indica nell'esposizione universale il più importante appetito della criminalità organizzata, non hanno fatto che confermare ciò che indagini e atti giudiziari raccontano da tempo. «Non c'è da stupirsi - ha osservato il vicesindaco Riccardo De Corato -. Fu proprio un magistrato di Milano, Ilda Boccassini, a scoprire vent'anni fa la Duomo Connection».

    De Corato, che siede nella giunta di Milano dal 1997, è certo che l'amministrazione «abbia tutti gli anticorpi» per impedire infiltrazioni mafiose negli appalti pubblici. A convincerlo è l'azione del settore gare che in questi anni ha sventato numerosi tentativi di cartello tra imprese non trasparenti. Tuttavia, in vista delle grandi opere per l'Expo, anche il vicesindaco ha riconosciuto la necessità di un'attività straordinaria di vigilanza.

    «Ho proposto al sindaco Moratti - ha aggiunto De Corato - di seguire per l'Expo il modello delle Olimpiadi di Londra, dove tutte le opere pubbliche sono sotto il diretto controllo del ministero dell'Interno. Questo sarebbe per noi di massima garanzia contro il rischio di infiltrazioni». Per il momento il governo non ha ancora deciso le azioni di contrasto alle infiltrazioni mafiose su Expo, ma dalle prime indiscrezioni potrebbe dar vita a un organismo di controllo analogo al Comitato di alta sorveglianza e garanzia, istituito per le Olimpiadi invernali di Torino 2006.

    Del resto, come denuncia l'associazione Libera, sono proprio i grandi appalti legati alle infrastrutture e le opere connesse all'edilizia, in particolare quelle per il movimento della terra, il terreno di conquista delle nuove mafie imprenditoriali del Nord. «Con il suo giro d'affari - ha affermato Ilaria Ramoni, responsabile milanese dell'associazione antimafia fondata da don Ciotti - l'Expo può rappresentare una grande opportunità per le mafie. Per questo è necessario costituire per tempo un osservatorio interistituzionale di vigilanza».

    A ribadire un'analoga richiesta anche il centrosinistra, impegnato in questi giorni ad affermare la necessità di istituire una commissione comunale d'inchiesta contro le mafie, nonostante un primo parere negativo del prefetto Gian Valerio Lombardi. «Anche le istituzioni - ha affermato Pierfrancesco Majorino (Pd) - devono fare la loro parte per garantire la massima trasparenza negli appalti e nei subappalti».
    19 marzo 2009

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