di Francesco Abiuso C'erano taccuini e fotografi. La curiosità di cogliere il primo «gran rifiuto» di chi è chinato nelle melonaie, e seppur attanagliato dall'afa, non beve per il Ramadan. Tutto rinviato di 24 ore, o quasi. In Arabia Saudita la prima falce di luna, che dà il via al mese di penitenza, non è apparsa. Un vorticoso giro di telefonate, la sera di giovedì, ha avvertito la comunità di credenti di aspettare. Non tutti: c'è anche chi segue il metodo astronomico (Libia, Turchia e l'Ucoii, Unione delle comunità islamiche in Italia), ed è già in digiuno. Ma nel Mantovano non sono in molti.
Ramadan semi-rinviato, dunque, e comunità divise. Quella musulmana si spacca su questioni di luna, gli agricoltori sul sole: «Non c'è bisogno di bere per difendersi dalle insolazioni - diceva ieri Bruno Francescon, amministratore dell'azienda di famiglia che data 1970 - Ora mi occupo solo della parte commerciale, ma fino a qualche anno fa andavo anch'io nei campi per la raccolta. Neanche un goccio. Se bevi poi sudi, e il malessere peggiora».
Ora che l'azienda è cresciuta, nei campi ci vanno soprattutto lavoratori che non parlano italiano. Almeno 150 persone. Indiani, prima di tutto, ma anche marocchini. Alle dieci è mezza sono nei campi: il sole è alto sulle piantagioni nelle quali spiccano meloni che assomigliano a grandi palle da tennis. Qua e là, cestelli di plastica pieni di bottiglie d'acqua.
Francescon minimizza: «Stare male può capitare a chiunque. Lo scorso anno, proprio da me, è successo a un indiano e non c'entrava certo con l'acqua. E comunque, nessun problema: se qualche dipendente islamico non vorrà bere, certo non lo obbligherò. Dovesse sentirsi male, basta che lo dica e può andare a casa». Non siamo più in alta stagione di raccolto, avverte l'agricoltore: piuttosto, meglio trovarsi già a settembre per discutere di quello che sarà il 2010.
Rodigo, come Sermide e Viadana. In termini economici si chiamano «distretti». A cavallo fra gli anni '80 e '90, quando il business del melone era in inarrestabile crescita, sono piovuti qui lavoratori stagionali da ogni parte del mondo. Dall'inizio marzo fino a ottobre. Paga giornaliera che col tempo è arrivata a 8,45 euro lordi all'ora.
Un tempo erano soprattutto i marocchini: «Se non ci fossero stati loro - dice Mauro Aguzzi, presidente del Corsorzio dei produttori - il melone mantovano non sarebbe diventato quello che è».
Oggi, però, l'etnìa della manodopera è varia, cambia da distretto a distretto. Fra Rodigo e Gazoldo sono sempre più indiani. «Vuole sapere perché? Avere marocchini è più difficile - spiega Oreste Ariotti, altro imprenditore - ma è anche vero che gli indiani, sono un po' meno
cancheri, diciamo più malleabili». Nell'azienda di famiglia (trentamila quintali di produzione all'anno) resistono ancora i nordafricani da 15 anni, e ormai è una tradizione.
Ora che inizia il Ramadan, non sono mancate le battute: «Allora la festa è finita, ho detto a Said che è il loro capo: niente cibo, bevande, sesso..». Gli ha chiesto anche del digiuno? «Certo, e loro mi hanno detto: 'Digiuneremo, ma non ci saranno problemi. Lo abbiamo sempre fatto, e non è mai succeso niente. E poi il Signore ci protegge: se gli italiani mangiano e bevono, un po' di forza verrà anche a noi'».
IL CASO CHE HA DIVISO AGRICOLTORI E ISLAMICI
di Giancarlo Oliani «Se non bevi acqua per dissetarti ti licenzio». E' il diktat lanciato dal Comitato per la sicurezza in agricoltura di Mantova a quei lavoratori musulmani che dal 20 agosto in poi dovranno osservare il digiuno imposto dal Ramadan.
Pronta la risposta del rappresentante della comunità islamica mantovana: «Nessun contratto di lavoro, nessuna norma giuridica prevede l'obbligatorietà del bere. E se qualcuno venisse licenziato per aver disatteso questa prescrizione, siamo pronti a sostenerlo anche legalmente».
Il caso non ha precedenti nemmeno a livello nazionale. Ma occorre partire dall'inizio, da un documento approvato dal Comitato per la sicurezza in agricoltura di Mantova di cui fanno parte Confagricoltura, Coldiretti, Cia, Fai-Cisl, Flai-Cgil e Uila-Uil.
Facendo proprie le prescrizioni del decreto legislativo numero 81 del 9 aprile 2008, recita: «Sia i lavoratori a rischio secondo il parere medico, sia quelli che lavorano in giorni ed orari particolarmente caldi e umidi, sono
obbligati ad assumere acqua, pena la sospensione temporanea dell'attività lavorativa, mediante comunicazione scritta consegnata all'interessato anche per le vie brevi, oppure pena l'interruzione del rapporto in caso di recidiva secondo le norme contrattuali vigenti».
Il timore, ovviamente è quello di un'insolazione. «Un problema che si potrebbe presentare al riguardo per i lavoratori di religione musulmana è il periodo del Ramadan, che - evidenzia il Comitato - quest'anno inizia il 20 agosto e prosegue per circa un mese durante il quale si potrebbero verificare casi di rifiuto ad assumere acqua da parte del bracciante durante l'orario di lavoro».
«Poiché non esiste alcuna possibilità di deroga autorizzata da qualche autorità religiosa, occorre in ogni modo informare e far conoscere alla popolazione islamica osservante, che la tutela della salute viene prima di ogni pratica religiosa. In particolare - conclude il Comitato - il medico del lavoro sulla base delle condizioni fisiche del lavoratori, può prescrivere la necessità di bere acqua o soluzioni saline: indicazioni sufficienti di deroga dal precetto di divieto di bere durante il Ramadan». Insomma, nelle giornate più torride, il lavoratore musulmano può derogare al divieto di bere.
Sono centinaia i braccianti che nei giorni del digiuno saranno occupati in modo particolare nelle melonaie del Sermidese, del Viadanese e di Rodigo. Ma per qualcuno di loro, così com'è avvenuto l'anno scorso, l'imposizione di bere durante il Ramadan sarà disattesa.
Le organizzazioni agricole, in collaborazione con l'Asl, stanno distribuendo in questi giorni degli opuscoli informativi scritti in quattro lingue che spiegano ai lavoratori i possibili rischi da colpi di calore. Semplici accorgimenti, come bere acqua in abbondanza, possono evitare conseguenze talvolta letali. Quell'acqua che i musulmani non vogliono sentirsi obbligati a bere durante il Ramadan.
LE REAZIONI. «Non sono d'accordo sull'obbligo a bere e tantomeno sul licenziamento per chi a questo obbligo si sottrae». A parlare è Ben Mansour, il rappresentante della comunità islamica di Mantova che ha partecipato alle riunioni del Comitato per la sicurezza in agricoltura ma che non ha sottoscritto il documento.
Gli facciamo notare che la prescrizione è vista nell'ottica della tutela della salute del lavoratore. «Condivido l'impostazione - aggiunge - ma non l'obbligatorietà. Se durante il Ramadan un lavoratore musulmano non si sente bene, per prima cosa deve sospendere l'attività e se capisce che il malessere non è passeggero può senz'altro bere, perché quella è una sua decisione. Nessuna autorità religiosa può imporgli di farlo se lui non vuole. Il digiuno non può avere deroghe che non siano legate a gravi problemi fisici. In caso contrario un musulmano sa che per un giorno di digiuno disatteso ne dovrà fare altri sessanta» «Se qualcuno venisse licenziato per questo motivo come comunità scenderemo in campo per sostenerlo».
«Abbiamo preso questa decisione perché vogliamo tutelare fino in fondo la salute dei lavoratori - commenta Roberto Cagliari direttore della Coldiretti che presiede il Comitato per la sicurezza - L'anno scorso, nelle melonaie del Sermidese, il rifiuto a bere di numerosi lavoratori aveva creato non pochi problemi. E non possiamo dimenticare la tragica morte un anno fa di quell'indiano nelle campagne viadanesi». Per quella morte dovuta al mancato soccorso, l'agricoltore Mario Costa sta scontando otto anni di carcere.
LE ESENZIONI. Le organizzazioni agricole, in collaborazione con l'Asl, stanno distribuendo in questi giorni degli opuscoli informativi scritti in quattro lingue che spiegano ai lavoratori i possibili rischi da colpi di calore. Semplici accorgimenti, come bere acqua in abbondanza, possono evitare conseguenze talvolta letali. Quell'acqua che i musulmani non vogliono sentirsi obbligati a bere durante il Ramadan.
Ma cos'è il Ramadan? È il digiuno islamico e dura un mese. Consiste nel non assumere né cibo, né bevande, nel non fumare, nel non avere rapporti sessuali, nel non ingerire nessun tipo di sostanze (anche medicinali) per via orale e nel non introdurle nel corpo per qualsiasi altra via, dall'alba al tramonto. Si può essere esentati dal digiuno? Sì. Digiunare non è obbligatorio per una persona il cui corpo non può tollerare il digiuno per cause mediche.
Non è consentito a una donna che ha le mestruazioni o durante il postpartum. Per loro digiunare è illegale ma i giorni che perde li deve poi recuperare. Alla donna incinta è permesso di non digiunare se teme che un danno potrebbe derivare a lei o al suo bambino. Le persone in età avanzata se il digiuno compromette la loro salute. E infine i viaggiatori che compiono una distanza di «due giorni circa» di cammino (80 miglia) è permesso di non digiunare.
22 agosto 2009