"La nostra infanzia con Tazio"
Parlano i cugini di Castel d'Ario

Per la prima volta, Carla e Franco Nuvolari aprono la casa a un giornalista per raccontare l'infanzia del grande Nivola. Un ritratto inedito del pilota-mito della velocità.

    di Paolo Boldrini
    C'è un tesoro di ricordi di Tazio Nuvolari. Non ha un valore in euro, ma è inestimabile per i pochi familiari rimasti. A Castel d'Ario, in via Ronchesana, nella corte dove il pilota ha vissuto per tanti anni con la sua famiglia, il tempo si è fermato. Qui, in due case vicine, abitano Franco e Carla Nuvolari, di 88 e 92 anni.

    Come la sorella Milada, che vive a Erbè in provincia di Verona, sono i primi cugini di Tazio, i parenti più stretti rimasti in vita. Il loro padre Giuseppe, campione di ciclismo, era lo zio paterno del pilota. In questi anni sono sempre rimasti in disparte, le loro apparizioni pubbliche sono molto rare. L'ultima il 17 settembre all'inaugurazione della mostra di fotografie 'Quando scatta Nuvolari' a Palazzo Te.

    Carla e Franco hanno accolto l'invito della Gazzetta di Mantova ad aprire il libro dei ricordi e l'album delle foto di famiglia.
    La loro vita è stata fuori dal comune per l'epoca. Lei, mezzo soprano, ha studiato canto e pianoforte al Conservatorio di Milano per poi tornare alla Ronchesana ad occuparsi dell'azienda agricola di famiglia.

    Lui, perito agrario, dopo aver lavorato per nove anni in Cile, nel 1962 è rientrato in Italia per lavorare la sua terra e da allora non si è più mosso da Castel d'Ario.
    «Anche se avevamo una ventina d'anni di differenza - esordisce Carla, una donna schietta e di carattere, che fino a due anni fa ha guidato la macchina e non ha mai smesso di fumare - conservo nel cuore un ricordo bellissimo di mio cugino Tazio, perché tra noi c'era un legame forte. Alla Ronchesana vivevamo tutti insieme, una grande famiglia. Quando aveva bisogno di un consiglio, nelle situazioni difficili, Tazio chiedeva sempre aiuto allo zio. Qualche volta io e mio padre siamo andati a vedere le sue gare: ne ricordo una, sul circuito del Te a Mantova. Tazio è arrivato a tutta velocità in curva, sembrava volasse. 'Questo si ammazza', abbiamo pensato. Ci siamo spaventati e siamo tornati a casa. E' successa la stessa cosa quando correva con la moto Bianchi: a vederlo andare così veloce stavamo male».

    Tazio aveva la passione dei motori nel sangue. Per provare le moto e le auto usava un circuito naturale vicino a casa.
    «Proprio così - sottolinea divertita Carla indicando le strade davanti a casa - lui ha imparato a fare le curve alla Bazza e alla Rampina, su strade strettissime tra Castel d'Ario e Villa Garibaldi. Diciamolo pure: era spericolato anche fuori dai circuiti».

    Una vita di successi sportivi, ma anche di grandi dolori. I cugini ricordano bene quando morì Giorgio, figlio primogenito di Tazio. Il pilota era sulla nave che lo stava portando in America e fu avvisato con un telegramma.
    «Al suo ritorno - spiega Carla - era distrutto dal dolore. Non sapeva se continuare a correre o lasciar pardere. Mio padre lo incoraggiò: 'Vai e continua a vincere, fallo per tuo figlio'. E lui andò avanti».

    Alla Ronchesana ricordano bene Tazio, ma anche la moglie, Carolina Perina.
    «Una donna bellissima, elegante, di classe». E poi i figli, Giorgio e Alberto, morti entrambi di malattia a 18 anni.
    «Ad un certo punto della loro vita - dice Carla - Tazio e Carolina decisero di trasferirsi a Mantova, ma non tagliarono mai il legame con la Ronchesana. Prima di andarsene mio cugino chiese un favore a mio padre: 'Ti dà fastidio se lascio qui la mia roba?' Durante la guerra portavano i bambini a dormire da noi, al sicuro, nel lettone degli zii».
    Un ultimo ricordo, personale, di Tazio?
    «Era simpatico e sincero, parlava sempre nel suo dialetto misto, un po' mantovano e un po' veronese. Era goloso, adorava i dolci, un marchio di famiglia».

    «Mio padre Giuseppe, campione dimenticato»
    Franca Nuvolari tiene stretta nelle mani una vecchia borsa di cuoio. Dentro ci sono articoli di giornali e fotografie del padre Giuseppe e dei suoi trionfi in giro per il mondo. «Era un campione di ciclismo su pista come il fratello Arturo, padre di Tazio. Papà però andava più forte. 'Arturo - ricordava - l'ho sempre visto dietro di me...' Una volta rinunciò ad una gara in Australia perché a Castel d'Ario c'era la sagra. Era un appuntamento irrinunciabile».

    I rapporti tra i Nuvolari con il paese hanno conosciuto nel tempo alti e bassi. Franca, con la sua schiettezza, individua subito l'origine del problema: «Politica, solo politica. Non è un segreto che non siamo di sinistra mentre le giunte, qui, erano sempre rosse. Mi dispiace che il paese abbia dimenticato mio padre che ha dato molto al ciclismo. Solo una volta, tanto tempo fa, mi hanno invitato a dare il via ad una gara. Poi più niente».

    Franco: «Mi regalò la macchina fotografica»
    Franco Nuvolari è un uomo schivo, di poche parole.
    «Ho frequentato Tazio meno di mia sorella, un po' perché ero più giovane e poi sono stato in Cile per lavoro nove anni».

    In Cile? «Sì, non andavo d'accordo con mio padre, le nostre vedute sul modo di gestire l'azienda agricola erano opposte. Così ho accolto l'invito di uno zio materno e nel 1949 sono partito per Santiago. Proprio quel giorno Tazio mi regalò una macchina fotografica. Ricordo bene i suoi figli: Giorgio correva con una motoretta sull'aia della corte facendo ammattire mia madre. Alberto veniva nei campi quando trebbiavano il frumento».
    Franco Nuvolari dopo una decina d'anni tornò a Castel d'Ario. Dal Cile portò una sella di cuoio per i cavalli, la sua passione oltre all'agricoltura. La conserva in una camera tra le foto e i cimeli del padre, dello zio e del cugino.

    E' una casa museo. Sulla facciata che dà sulla strada c'è una targa che ricorda i campioni vissuti in questa corte tra le risaie e i campi di granoturco: Arturo e Giuseppe Nuvolari per il ciclismo, Tazio per l'automobilismo.
    E' l'unico segno che qui, alla Ronchesana, vissero tre persone speciali.
    15 ottobre 2009

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