IDEE PER MANTOVA

Parenti: il progetto
Città dei festival è insostenibile

    di Francesco Abiuso Era bolognese ed è mantovano. Insegnava elettronica ai futuri piccoli capitani d'impresa e invece, dal 1997, è diventato editore. Luciano Parenti, cofondatore di Tre Lune, ha scelto di vivere in una città che dal suo punto di vista sta racchiusa fra due aggettivi. «Bellissima e piccolissima». E cioé: da girare a piedi, incontrarci persone. Ma un po' troppo persa in un'eterna distanza tra centro e periferia.

    «Mi sembra che a volte si perdano molte energie investimenti in mille rivoli - spiega - utilizzando le risorse di cui dispone il territorio più per accontentare le clientele che perché si crede nella validità del progetto».

    Insomma, quella mancanza di coordinamento e selettività che in molti evidenziano. Ogni mantovano, però, potrebbe dire che cosa attraverso il suo mestiere, potrebbe fare per la città. Che cosa può, ad esempio, un editore? Lavoro in un campo che, per definizione, non produce oggetti di utilità immediata. Ma che proprio per questo è altrettanto necessario, specie se aiuta una città a maturare idee e una coscienza. Come casa editrice, in passato avevamo pensato ad alcuni progetti per portare la letteratura in città. Nelle scuole, ad esempio, con un libro che raccontasse Mantova ai più piccoli con l'aiuto di disegni e filastrocche. Oppure nei reparti dell'ospedale, luoghi di attesa e sofferenza dove la lettura può essere un motivo di sollievo. Avevamo anche proposto di creare dei punti permanenti in città per lo scambio di libri, ma...

    Non sono riusciti ad andare in porto?
    Non si sono concretizzati. Da una parte non sono state raccolte le nostre proposte. Ma faccio autocritica: avremmo dovuto crederci di più.

    E per quanto riguarda la vita culturale della città? Come vive il festival della letteratura un editore?
    Con un po' di invidia, per la case editrici maggiori che arrivano in città scavalcando chi ci vive e lavora tutto l'anno. Ma anche con la convinzione che il fatto che abbiamo scelto di fondare una casa editrice qui, e nel 1997, quando è nato in festival, non sia stato casuale. Ma anche qui, autocritica.

    Prego. Ammetto di avere creduto anch'io all'idea che Mantova potesse trasformarsi nella città dei festival. Sono i numeri a dirci che è un modello non più sostenibile. Forse bisognerebbe dirottare energie per iniziative più simili ad Onirica (la rassegna cinematografica estiva al Lungorio, ndr) che sono meno eventi e più manifestazioni pensate per la città. Ma quando si parla di cultura non si può non parlare di un altro fattore, che in una città come Bologna è fondamentale.

    Quale?
    L'università. A Mantova ci si accorge della presenza di un ateneo solo dai gruppi di studenti che attraversano viale Pitentino. Beninteso, qui è tutto nato da poco, ma a Bologna l'università vuol dire entusiasmo, giovani, fermento... sono linfa.

    Dipende forse dal tipo di facoltà aperte? Lei quali vedrebbe a Mantova? Un Dams, letteratura?
    Credo sarebbe giusto che qui si studiasse la storia dell'arte. Non un semplice corso di laurea, ci vederi bene una vera facoltà.

    E per il resto?
    Bisognerebbe valorizzare di più le eccellenze. Gli archivi, le biblioteche, i palazzi storici. Come era nelle intenzioni del Piano Settis, che mi pare sia finora rimasto lettera morta. Ancora il passato che diventa forza trainante. Secondo me bisognerebbe valorizzare di più anche una grande forza come il volontariato. Penso agli amici di Palazzo Te, a Casa Andreasi, come pure quelle forme di comitati spontanei che nascono attorno alle questioni cittadine più dibattute, prendi il caso di Valletta Paiolo.

    E veniamo al Parenti cittadino. C'è qualcosa che la preoccupa da mantovano?
    Mi fa paura il traffico lungo le strade, e la sicurezza di uno come me che, come molti mantovani, gira a piedi o in bicicletta. Leggo di continui incidenti, vorrei essere più protetto quando attraversa la città. E non posso dimenticare la questione del polo industriale. Petrolchimico e raffinerie, nel Dopoguerra, saranno anche stati un buon progetto, ma a quale costo? Viviamo giorno dopo giorno in un ambiente avvelenato. In una città bellissima, come ho detto, ma sotto alla quale si nascondono delle bombe.

    C'è qualcosa che invece la fa arrabbiare?
    Mi arrabbio quando penso che vivo in una delle città e delle province con il più alto tasso di ricchezza pro capite, e sono sicuro che questo benessere non è solo merito degli individui, ma anche conseguenza del territorio. Se è vero questo, perché in città vedo solo splendide case rimesse a nuovo ed edifici pubblici come le scuole lasciati spesso nell'incuria?
    18 dicembre 2009

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