IDEE PER LA CITTÀ

Bianchi: un ente per il volontariato

    di Gabriele De Stefani Investire su una forza spontanea come il volontariato per ricostruire il tessuto sociale di una città «che ha cambiato volto, smettendo di essere coesa e ridente com'era in passato». Marzia Bianchi crede che la priorità di chi a marzo prenderà in manle redini del Comune dovrà essere questa: «Il terzo settore ha grandi risorse, ma a Mantova è costretto a fare troppo spesso da solo».

    Lei è mantovana dalla nascita. Prima di dirci cosa serve a Mantova, ci fa una fotografia della città? Come la descriverebbe?
    «A me oggi sembra una città triste, depressa, con il morale basso. Per intenderci non è più la Mantova calda, accogliente e un po' pacioccona di una volta. E' bella ma arroccata e chiusa in se stessa. L'immagine che si vede arrivando dal ponte di San Giorgio è emblematica: siamo un bellissimo fortino. Bellissimo, ma chiuso».

    Che cosa le sembra bloccare la città?
    «I problemi derivano dallo sfaldamento del tessuto sociale. E' un male non solo mantovano, ma che qui certamente si fa sentire parecchio. Quando si parla della necessità di recuperare un'etica condivisa, non si fa moralismo: si vuole dire che, dalla politica alla società civile, senza una certa coesione non si cresce. Ci si chiude, è inevitabile».

    Eppure a Mantova il mondo del volontariato, di cui lei fa parte, non è certo una realtà di secondo piano. Questo non è un indicatore di dinamismo e di coesione sociale?
    «Sì, è vero. Ma il volontariato è mosso da due vettori: da una parte l'intraprendenza quotidiana di chi mette a disposizione tempo, risorse e competenze, dall'altra l'aiuto decisivo di fondazioni e bandi regionali. In mezzo, se non il vuoto, c'è poco».

    In mezzo dovrebbero esserci le istituzioni pubbliche?
    «Esatto. Penso che a loro toccherebbe un ruolo di coordinamento di tutta la galassia del volontariato. Oggi siamo in una situazione in cui le associazioni spesso finiscono per farsi concorrenza, se non la guerra: un'assurdità. Pericolosa, tra l'altro. Il Collegamento provinciale per il volontariato anche per colpa nostra funziona poco, il Centro servizi guarda a questioni tecniche e non 'politiche'. Serve un luogo di confronto e collaborazione tra le varie realtà, nel quale coordinare l'attività».

    Ma erano state proprio le associazioni di volontariato a bocciare il piano della giunta di creare una cittadella dei servizi a Dosso del Corso: parlaste di ghettizzazione dei problemi sociali.
    «Ci furono due ordini di perplessità. Il primo è che il luogo di coordinamento non può finire fuori città: come si può essere ricettivi se si è lontani dalla gente? E poi le associazioni non vennero coinvolte nel progetto: è una brutta abitudine quella di appoggiarsi ogni giorno sul volontariato per dare servizi e poi escluderlo dalle decisioni. Per il resto, non credo che accorpare associazioni ed enti che seguono il disagio sociale significhi per forza ghettizzare».

    Il volontariato e i giovani: c'è dialogo? Le forze fresche arrivano?
    «Coinvolgere i ragazzi non è mai facile. Servono proposte accattivanti com'è da anni il Festivaletteratura, benché si tratti di un grande evento culturale e non di politiche sociali. E servono contatti con le scuole: grazie al dialogo del Csvm con alcuni istituti, al Centro di aiuto alla vita siamo riusciti a guadagnare qualche volontario giovane. Insomma i ragazzi interessati non mancano ma vanno cercati e stimolati».

    In precedenza faceva riferimento alle difficoltà delle famiglie: ci indica una cosa da fare per aiutarle?
    «Gli asili nido sono troppo cari. Non si possono abbassare le tariffe? Allora le aziende devono attrezzarsi per aiutare le mamme lavoratrici con progetti simili al baby Lubiam che abbiamo allestito da qualche tempo. In questo le istituzioni devono esserci, con contributi o collaborazioni tecniche. Non è possibile che una donna per lavorare debba sfaldare la propria famiglia. Senza contare che queste esigenze sono le prime per le centinaia di immigrati che non hanno nonni e zii a disposizione e che in tasca hanno meno soldi di noi».

    A proposito di immigrazione: con la sua associazione lei è in trincea, a contatto con gli extracomunitari tutti i giorni. A loro che cosa serve? Che abbiano o meno la cittadinanza, vivono le nostre città.
    «Innanzi tutto non si può lasciare l'integrazione al caso o si rischia che prima o poi esploda una bomba sociale. Anche gli immigrati più desiderosi di inserirsi faticano. Apprezzano i servizi che il nostro Paese riesce a dare, ma la burocrazia per loro è spesso insormontabile. Fino a diventare motivo di ostilità. Penso che servirebbe uno sportello che li ascolti e dia loro consulenze».
    07 gennaio 2010

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