di Francesco Abiuso
Mantova resta come una madre e - fatte le debite misure - il suo amore. Chi altri la definirebbe come una «rosa freschissima», se non uno che ne è innammorato? Eppure il gallerista Massimo Mossini sa anche dove colpire: rispolvera parole che qualche giorno fa ha sentito dire da una sua cliente. «Bella Mantova, ma morente». Brusco risveglio, per chi nel 1978 scelse il centro per l'attività di antiquario. Uno dei luoghi più antichi della città vecchia. Prima i locali ai piedi della Torre della Gabbia, dieci anni dopo il trasferimento nell'ex salumeria Marastoni. La gente ci finiva quasi a sbattere, in quello spigolo profumato tra piazza Broletto a piazza Sordello. Come una palla da biliardo che fa il suo cammino fino ad arrivare in buca. Ora non è più così. «Qualche giorno fa, in piena nevicata, andando alla Mediaworld e alla Favorita ho visto migliaia di persone. Da me il vuoto, ho pensato, lì qui pienone. In centro le strade piene di ghiaccio e neve, qui vie e parcheggi sgombri».
Ma c'è qualcosa di più grave. Che cosa, Mossini?I nomi, che a volte la dicono lunga. Passano i turisti e mi dicono: sono appena stato nella piazza dei menu, intendendo piazza delle Erbe. Ma dov'è il cuore della città? Brusco risveglio, appunto.
Ma giù le carte: lei, per esempio, dove abita?Fino a pochi anni fa stavo proprio qui in via Cavour. Oggi, però, mi sono trasferito fuori città, a San Silvestro. Sono emigrato anch'io, come i tanti mantovani che abitano a Curtatone o Porto Mantovano.
Perché è emigrato?Voglia di cambiamento. E poi vivere in centro, nonostante il prestigio, significa anche fare i conti con l'assenza di parcheggi, i continui cantieri. E poi, prendiamo via Cavour: per un centinaio di famiglie sono rimaste una ventina di attività. Ma è soprattutto l'età media di chi ci abita ad essersi alzata.
E da commerciante, anche lei è allarmato per la crisi del centro storico?Certo. Ho ancora in mente i primi anni della mia boutique. Ricordo un grande spettacolo in piazza Sordello, trasmesso in mondovisione con Nureyev e la Fracci. Per anni quella sensazione di privilegio, di essere al centro di un afflusso costante di gente.
E oggi?Oggi i negozi che fanno davvero affari non sono più di cinque. Il resto hanno dovuto cedere alle griffe. Negozi asettici, anonimi. Il titolare non c'è, puoi parlare al massimo con la commessa. E successo per le librerie, ma un tempo a Mantova c'era anche un antiquariato. Sulla piazza adesso siamo rimasti in due o tre.
Che cosa crede potrebbe invertire questo andamento?Alla città serve un regista. Una persona cui siano affidata oneri ma anche la capacità di tutelare il centro storico. A partire da una maggiore armonia fra le insegne, eliminando quelle fluorescenti. Una figura che si assuma le proprie responsabilità, che non sia influenzabile dalla politica e si adoperi per il bene estetico della città.
Nomi: chi vedrebbe bene in questo ruolo?La butto lì: uno come Italo Scaietta. E una voce molto attenta al territorio ma che si sa fare ascoltare anche all'esterno. E poi basta vedere quanto sta facendo a Santa Maria della Vittoria, un evento ogni quindici giorni.
Ma il centro storico di che cosa ha bisogno?Intanto, a costo di essere ripetitivi, di parcheggi. E stato fatto il nome di piazza Virgiliana, e perché no? Oppure piazza Filippini, il cui pavimento fino a pochi anni fa era costituito dai detriti creati dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Il centro storico non è quindi destinato per forza a morire. Guardi che siamo circondati da città che hanno saputo dimostrare il contrario. Ma per prima cosa hanno reso raggiungibile la loro parte più antica. A Verona si può arrivare con l'auto fino a cento metri da piazza Bra. Lo stesso a Bolzano, Parma, Siena.
Ma a parte l'accessibilità, con che cosa rivitalizzare la città?La bellezza di Festivaletteratura è che la gente non arriva per assistere ad un solo evento, ma per il clima che si respira. Così può essere anche per l'arte in generale. Quando a Mantova c'è stata una grande mostra, in negozio arrivavano persone diverse. Non per comprare, ma per discutere di arte, pittura. Mi hanno spesso dato l'impressione di saperne più di me.
Quindi serve una grande mostra?Sì, ma bisogna saper puntare sul cavallo giusto. Ricordo quando c'è stata la Celeste Galeria. In quell'occasione, con L'eredità di Isabella, portammo a Palazzo della Ragione la più grande mostra sui tesori privati dei mantovani, oltre 105 tele che per la prima volta uscirono dalle case private che li avevano custoditi. Se la Celeste Galeria ebbe oltre 500mila presenze, ci fu il pienone anche per la nostra esposizione.
07 gennaio 2010