Castellucchio in lutto per il piccolo Arber. Viveva attaccato al respiratore, la tragedia nella notte. Le accuse della madre
CASTELLUCCHIO. Scambiata per una banale influenza. In realtà la malattia del bimbo era molto più grave: infezione erpetica alla corteccia cerebrale che lo ha paralizzato. Per due anni è stato tenuto in vita artificialmente. Domenica notte il suo ultimo respiro. Aveva solo 12 anni.
La salma del piccolo Arber Batusha, di origine albanese, è stata imbarcata ieri mattina alla Malpensa perché mamma e papà hanno deciso di celebrare i funerali nella loro terra natale. Castellucchio è in lutto. Il paese intero, nei mesi scorsi, si è mobilitato per raccogliere fondi a favore del bambino. Serviva un ascensore. E l’ascensore, grazie a tanta, tantissima gente solidale, è diventato una realtà.
Due anni fa l’inizio del calvario. Arber arriva in Italia con la mamma Fatushe nel 2003. Il papà è già nel nostro Paese e può ricongiungersi alla famiglia perché ha un lavoro fisso. Il bimbo ha cinque anni. Si inserisce benissimo a scuola e condivide molte amicizie. Entra anche nella squadra di calcio dei pulcini. Nel frattempo gli nasce un fratellino al quale si affeziona subito. Tutto sembra procedere per il meglio nella casa al primo piano di via Marconi. Fino al 22 gennaio del 2008. Il bambino, che ha dieci anni, non sta bene. Ha la febbre. Il medico lo visita e riconosce nel suo malessere i classici sintomi dell’influenza. Ma il giorno dopo lamenta forti e strani mal di testa. Quando la mattina la madre lo alza dal letto non si regge in piedi. Chiama il marito, che lavora per una ditta di Pegognaga, e insieme lo portano al pronto soccorso di Mantova.
I medici del Poma si accorgono immediatamente della gravità della situazione e lo trasferiscono d’urgenza all’ospedale Borgo Trento di Verona dove viene fatta diagnosi: Herpes, nella sua manifestazione più virulenta. Ha attaccato la corteccia cerebrale e quindi il sistema nervoso centrale, paralizzandone i movimenti fondamentali: la respirazione e la capacità di alimentarsi. Da Verona il bambino viene trasferito in un centro di riabilitazione di Lonato in provincia di Brescia. Successivamente a Pavia, poi in Pneumologia a Mantova e infine a casa, dove gli viene messo a disposizione un respiratore artificiale. La sua capacità di respirare in modo autonomo non va oltre le tre ore. Poi deve essere attaccato alla macchina. La prima apparecchiatura fornita alla famiglia, probabilmente dall’Asl, per il tramite di una ditta privata, ha dei problemi di funzionamento.
L’allarme scatta in continuazione e senza una ragione. Viene perciò sostituita da un secondo apparecchio. Ma anche questo secondo apparecchio, secondo quanto riferito dalla madre a conoscenti stretti, non avrebbe funzionato a dovere. Domenica notte alle 3.30, è entrata nella camera del figlio e l’ha trovato in fin di vita. Il tempestivo intervento del 118, purtroppo, non è servito a rianimarlo.
13 gennaio 2010