di Francesco Abiuso
MANTOVA. Al telefono satellitare risponde Valeria, fra i volontari che la Fondazione Rava di Milano ha inviato ad Haiti a poco più di 24 ore dal terremoto. «Cerchiamo Marco Randon» le diciamo. «E' nella bakery - ci risponde - adesso ve lo passo».
Bakery, cioé panetteria. Una delle opere che gli italiani riuniti dalla Fondazione hanno portato in quella terra economicamente depressa già prima del sisma, con l'intento di risollevarla attraverso lo sviluppo delle attività produttive. Quella che era una scuola per imparare un lavoro si è trasformata in fonte di vita da quando il cataclisma ha reso precarie un'infinità di esistenze.
Fortunatamente, il forno che Randon aveva installato alla fine dello scorso anno, si è salvato. E' la prima cosa di cui ci parla l'artigiano è proprio del suo lavoro. Fare il pane. Anche se a chiederlo non ci sono mantovani, e se il tutto avviene al di fuori di ogni logica economica ma come aiuto alla sopravvivenza, in uno slancio di fratellanza umana. Dare da mangiare, nell'inferno caraibico, può significare anche salvare dalla pazzia.
«Per fortuna, le scosse non hanno danneggiato il forno, lo hanno solo spostato - racconta Randon - Siamo riusciti a rimetterlo in funzione Un missionario dell'ospedale (il pediatrico che la Fondazione Rava ha costruito, e che ora ospita anche adulti, ndr) mi ha chiesto di fare da mangiare per chi è ricoverato e per i parenti. E così abbiamo subito cominciato. Faccio quasi cinquemila panini al giorno, 2.500 al mattino e altrettanti alla sera. Adesso sono appena uscito dal forno per consegnare il pane serale.
Come sono stati questi giorni?«Faccio fatica a raccontare Oggi, ad esempio, non so per quanto tempo ho pianto Mentre ero al lavoro si è avvicinato un bambino di pochi anni di vita con un braccio amputato in conseguenza del terremoto. Vederlo così, con i lacrimoni agli occhi, mi ha sconvolto».
Che cosa vede un volontario italiano ad Haiti in questo momento?«Scene incredibili. Gli stessi giornalisti italiani che fanno parte del nostro gruppo raccontano di avere descritto da inviati molti Paesi colpiti dalla guerra, ma di non aver mai visto nulla di simile. Qui non c'è da ricostruire, è una parola che qui in questi momenti non vuol dire nulla».
Un inferno.«E' difficile persino da descrivere. Lo è stato sin dall'inizio, quando arrivando ad Haiti con l'elicottero ho visto dall'alto la devastazione. Ma lo è ancora. Qui hanno appena scavato una fossa comune per seppellire 60mila persone».
Cosa stiamo facendo noi italiani?«Posso dire quello che vedo io. Ora sto attraversando il prato del giardino interno all'ospedale, pieno di persone ferite. Proprio qui la Protezione civile italiana ha portato un proprio presidio. Stanno facendo tutti un ottimo lavoro».
La telefonata si interrompe. Pochi minuti dopo, la stessa Valeria ci informa che Randon è ora impegnato nella distribuzione del pane ai ricoverati del Saint Damien. «Il tempo è poco anche per rispondere - informano dalla Fondazione Rava - i volontari hanno ancora qualche giorno a disposizione per fare del loro meglio. Il rientro è previsto per il 21 anche se potrebbero esserci dei cambiamenti di programma».
Il forno di Randon, assieme all'ospedale che ha fortunatamente retto alle scosse, è uno dei regali più grandi che gli italiani avrebbero potuto fare a una popolazione così sfortunata. Una fonte di vita. E già altri panettieri si sono messi a disposizione per andare a lavorare nel forno.
E tutti da Haiti a ricordare che si può contribuire con una donazione. Chi vuole può farlo a questi numeri: bollettino sul conto corrente postale numero 17775230 oppure sul conto bancario di Banca Mediolanum (Iban: IT 39 G 03062 34210 000000760000)
22 gennaio 2010