Angela: "Sfamavamo di nascosto gli ebrei
quando i treni fermavano a Bozzolo"

"Io e i miei genitori passavamo cibo e acqua agli ebrei, cercando di sfamarli». Angela Beatrisini, 76 anni, da bambina aiutò i deportati attraverso le finestrelle dei vagoni merci alla stazione di Bozzolo: «Il capotreno fingeva di non vederci». Quei treni partivano dal famigerato binario 21 della stazione di Milano.

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    di Francesco Abiuso Ci sono ricordi della Shoah che si completano nel tempo. Come quelli che dopo decenni fanno riaffiorare nella mente quei treni che passavano in un piccola stazione del mantovano e che erano quelli che dal binario 21 di Milano portavano gli ebrei nei lager.

    Angela Beatrisini, 76 anni, originaria di Castellucchio ma da tempo andata a vivere altrove (prima a Milano, ora a Vidigulfo, nella provincia pavese) fino alla scorsa estate non aveva mai dato un senso a quanto da lei visto, bambina, nella piccola stazione di Bozzolo. Il padre ci lavorava da manovale, dipendente delle ferrovie. Erano gli anni della guerra, e lungo quella linea con un solo binario che collega Milano a Mantova, un giorno cominciarono a passare lunghi convogli di carrozze piombate, che lasciavano entrare aria soltanto da qualche finestrella.

    Il treno, arrivato in stazione, sostava per alcuni lunghi minuti sul binario per dare la possibilità al convoglio che arrivava nell'altra direzione di liberare la linea. In quell'interminabile pausa, da quelle piccole fessure in alto spuntavano mani e rimbalzavano lamenti.
    Mentre il treno era fermo in stazione, il padre Vincenzo e la moglie afferravano un cesto che era pieno di pane, pezzi di polenta, salami e formaggi e la tinozza piena d'acqua.

    Assieme ad Angela davano da mangiare a quelle mani da prigionieri che spuntavano dalla carrozza sigillata. Quelle mani, e i lamenti, appartenevano a ebrei che erano stati catturati e spediti verso i campi di concentramento del nord Europa. Erano partiti dalla stazione di Milano, il famoso Binario 21 la cui tetra memoria è stata recuperata da documentari, libri, articoli di giornale. Solo ora Angela ha capito. Proprio leggendo uno di questi articoli, a oltre 65 anni di distanza da quelle immagini.

    Ha rivisto i treni (da Milano ne partirono 15, dal dicembre del 1943 al 1945), dato un volto a quelle braccia, capito la temerarietà dei suoi genitori. «Sa com'è, i casi della vita - si giustifica - il lavoro, la famiglia, le preoccupazioni. Ricordo soltanto ora che quando il treno fermava in stazione, scendevano dei soldati, che penso fossero nazisti, ma si preoccupavano di presidiare solo il lato che dava sulle campagne, temendo che qualcuno scappasse. Noi invece eravamo dal lato della banchina. Il capostazione credo facesse finta di non vedere».

    Questi treni speciali, diretti verso i campi del Nord Europa, non avevano un orario fisso. Vincenzo Beatrisini sapeva però quando sarebbero passati. «Io andavo alla scuola delle suore di Bozzolo, mio padre mi passava a prendere e mi portava con sé in stazione. E c'era l'attesa, coi cesti gonfi di cibo che in parte era stato preparato dai Beatrisini, in parte donato».

    Come mai i suoi avessero preso la decisione, la 76enne Angela oggi non riesce a dirlo. «Una volta si era più buoni» le scappa detto. Un gesto di bontà, subito ricollegato a un'altra storia vissuta negli stessi anni dai nonni materni. Si chiamavano Angela Scatti e Attilio Ghidoni. Abitavano a Rivalta sul Mincio, in via Belvedere (oggi l'abitazione la si trova nell'elenco telefonico sotto il comune di Rodigo).

    Durante la guerra, ospitarono nella propria abitazione (allora in aperta campagna) due coniugi di Mantova, Jones e Isotta Finzi, nascondendoli di giorno in un capanno in mezzo ai campi e di notte facendoli dormire nel fienile. Li salvarono, saldando così un'amicizia che sarebbe proseguita con gli anni.

    «Quando ero ragazzino - dice Enzo Ghidoni, uno dei nipoti che abita ancora in quella casa - uscendo da scuola, a Mantova, andavo spesso a fare visita ai Finzi, che abitavano in fondo a via Roma». Lo stesso ricordo ha Angela, che invece in via XX Settembre andava a imparare il mestiere di sarta. La storia ti sfiora così. Immagini e suoni, gesti dettati quasi dall'istinto. E la spiegazione che magari arriva dopo, con oltre mezzo secolo di ritardo.
    27 gennaio 2010

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