"Così i veleni del petrolchimico
hanno ucciso i nostri padri"

I famigliari di 72 vittime si sono costituiti parte civile. Alla vigilia del processo parlano di quel periodo e dei drammi provocati dalle malattie contratte dai padri sul luogo di lavoro.

    di Corrado Binacchi
    «Papà è morto nel...». E' la frase che suona più volte, in un silenzio religioso, quasi irreale per un'assemblea con oltre cento persone. E' la testimonianza composta dei figli e delle figlie degli operai che, in quel labirinto di tubi, vapore e fumi che si chiama petrolchimico di Mantova, hanno lasciato la vita. E' un ricordo indelebile, anche se sono passati quasi quarant'anni, anche per chi di quel papà ha poche immagini, sbiadite dal tempo. Il papà che racconta poco delle ore trascorse in fabbrica. Il papà che non mette in discussione, mai, quello che succede in fabbrica. Che non sputa nel piatto dove mangia, perché non è capace di farlo. Il papà che non si preoccupa della sua salute, anzi è contento, e lo dice alla moglie e ai figli, perché a tutto pensa il dottore del laboratorio dello stabilimento. Analisi e controlli, tutto gratis. Quello che anni dopo sarebbe diventato il check-up, per essere sicuri di star bene. Di vivere, a lungo, di godersi la pensione.

    Il risveglio, anni dopo, è stato tragico. Sentenze di morte senza appello, corpi forti, giovani, di gente abituata a sgobbare, turni di giorno e di notte. Corpi corrosi, divorati dal male. Apparentemente senza un perché. «Papà è morto nel 1972, camminava sul mercurio, al clorosoda della Montedison - è il ricordo di una figlia che conserva ancora il vecchio cartellino ingiallito del padre - dall'azienda non ho mai avuto una carta in mano, una cartella clinica, curavano tutto loro, tutto gratis, visite specialistiche comprese, dal dermatologo, per curare le bolle che erano comparse ovunque. Ma che brave persone, abbiamo sempre pensato. E lo abbiamo pensato per anni». Fino a quando papà se n'è andato. E se è stata dura, allora, accettare la realtà, fare i conti con una famiglia che ad un tratto si vede mancare il terreno sotto i piedi, lo è ancora di più oggi. «Perché il nome di papà non è nell'elenco dei 72?».

    I casi sono numerosissimi. E nella sala dedicata a 'Enore Motta', via Argentina Altobelli, quartier generale della Cgil, le richieste e le domande al pool di legali schierato da Cgil, Cisl e Uil in vista dell'avvio del processo al petrolchimico, arrivano una dietro all'altra. Ci sono i familiari e i parenti delle parti lese, i 72 operai morti o gravemente malati per i quali i periti della procura sono convinti di poter dimostrare un nesso di casualità tra ambiente di lavoro e malattia o morte.

    Ma ci sono anche tante altre famiglie, parenti di operai morti che non sono nella lista nera. E ci sono morti anche recenti, con diagnosi certe, come il mesotelioma da amianto. «Nostro padre è morto nel 1983 - è la testimonianzia di due sorelle - ci hanno detto che la sua cartella clinica non era mai saltata fuori, noi l'abbiamo trovata solo un anno fa». Ci sono le tracce di analisi e controlli, mancano invece indicazioni che sarebbero servite, forse, a salvare una vita. «Terapie? Nessuna, nemmeno il cambio di reparto. Dobbiamo credere, allora, che ci siano avvelenati di serie A e di serie B?».

    Fare chiarezza non è facile, e nemmeno dare saggi consigli. Perché alla fine la scelta - decidere cioé se costituirsi parte civile al processo penale che sta per prendere il via o chiedere il risarcimento danni alla società attraverso una causa del lavoro - toccherà alle singole famiglie. I rappresentanti dei sindacati (Gerardino Santopietro per Cgil, Aldo Menini e Giusy Amadasi per la Cisl, Giovanni Pelizzoni per la Uil) ci provano insieme agli avvocati Sandro Somenzi, Pierluigi Boiocchi e Laura Piazzalunga (del foro di Bergamo) e Claudio Terzi. Mettendo sul tavolo, tra tante storie di morte e di famiglie lacerate dal dolore, i pro e i contro dell'azione penale e di quella civile.

    Il penale? I legali non nascondono che costituirsi parte civile è una scelta in salita in un processo complesso e dai tempi lunghi come quello che sta per aprirsi. E annunciano che sarà battaglia, punto su punto, sulle centinaia di migliaia di pagine che fanno parte della documentazione agli atti. Certo, i sindacati dei chimici e i confederali lo faranno, non tanto per ottenere i danni quanto per chiedere giustizia. C'è sete di giustizia. E se ci sono state responsabilità, superficialità ed omissioni da parte dei vertici della Montedison negli anni Settanta e Ottanta, vanno accertate. Se qualcuno sapeva, e non ha fatto nulla per evitare, va punito.

    Ma, d'altra parte, è difficile immaginare che, anche in caso di condanna, gli ex manager dello stabilimento del Frassino abbiano la possibilità di risarcire tutte le famiglie delle vittime. L'altro grande ostacolo che rischia di mandare tutto in fumo? I tempi di prescrizione dei reati che vengono contestati. Tempi stretti.

    E la strada della causa del lavoro? L'avvocato Boiocchi racconta del lavoro svolto a Bergamo, con le azioni legali nei confronti di Dalmine, e a Milano con Ansaldo. Parla del danno biologico, dei danni morali che gli eredi possono chiedere, di risarcimenti di 600mila euro richiesti alle società, che rispondono con proposte di transazione a 350mila. Il consiglio? La prima cosa da fare, per chi sceglie la strada della causa del lavoro, è chiedere ad un medico legale di analizzare la cartella clinica del lavoratore. Se c'è un nesso tra malattia ed esposizione a sostanze nocive, la strada è spianata. E i tempi, sottolinea l'avvocato, sono decisamente più brevi del processo penale.
    18 marzo 2010

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