di Rossella Canadè
CASALOLDO. Cinquantasette milioni, settecentosedicimila, duecentocinquanta euro e novantasei centesimi, ad essere precisi. Ecco la cifra del debito complessivo di Contifibre, l'azienda di Giovanni Fabiani che ha fatto domanda di ammissione al concordato preventivo. Il sì ufficiale del giudice Laura De Simone alla procedura è arrivato il 25 febbraio insieme alla nomina del commissario giudiziale, Davide Bardini, il professionista che dovrà dare il parere sulla fattibilità del piano industriale presentato dall'azienda di Casaloldo per evitare il fallimento.
Tagli dei costi, riduzione del personale, dislocazione della produzione in Francia e, soprattutto, un progetto per sanare almeno una parte del buco, anzi, della voragine, entro 5 anni. Per il 31 marzo è fissata l'udienza in tribunale: entro quella data il commissario dovrà aver preparato la relazione con l'ok alla procedura. Che non sarà automatica: perché i creditori dell'azienda dovranno votarla. Se sarà no, per Contifibre il capitolo sarà chiuso.
Il sì unanime, infatti, non è scontato per una ragione molto semplice: mentre il piano prevede il pagamento integrale dei debiti ai creditori privilegiati, cioé i dipendenti e alcuni professionisti ritenuti "indispensabili", per gli altri è previsto un rimborso del 38%. E gli altri sono le banche, tra cui alcuni colossi del calibro di Unicredit, Bnl e Monte dei Paschi e realtà locali come la Popolare di Mantova e il Credito cooperativo di Castel Goffredo e i fornitori. Il debito nei confronti dei privilegiati è solo una piccola fetta della torta, circa 650mila euro: il resto, oltre 55 milioni di euro è per i chirografari. Solo questi ultimi hanno diritto di voto: il sì dei privilegiati, per cui è previsto un rientro totale, per la legge è scontato, quindi non votano.
Un concordato "particolare" come lo definiscono i tecnici, questo di Contifibre: infatti prevede che il debito maturato sia saldato non con la liquidazione dei beni societari, come di prassi avviene, ma attraverso i flussi di cassa dell'attività che prosegue. L'azienda, in sostanza, non chiude, ma fa un passo indietro per non cadere nel burrone: taglia posti di lavoro, - da 170 dovrebbero scendere a 80 - riduce le bollette, dislocando in Francia dove l'energia costa meno e cerca così di recuperare la sua efficienza produttiva. A Casaloldo resterebbero il laboratorio ricerca e sviluppo e il reparto della stiratura.
Il Tribunale ha dato l'ok per i primi passi, ma l'ultima parola spetta ai creditori, alcuni dei quali potrebbero intravvedere una maggiore convenienza con l'ipotesi fallimento. Tra questi non ci sono di certo i 30 dipendenti che hanno firmato per la mobilità in zona Cesarini e che aspettano ancora i loro soldi, circa 3900 euro ciascuno: che non sono bruscolini, per chi ha perso il lavoro e sa il cielo quando potrà trovarne un altro.
18 marzo 2010