LA 18ENNE TURCA LASCERÀ PER SEMPRE POGGIO RUSCO

L'esilio di Fatima, la ragazza
picchiata per il suo amore italiano

Commovente addio con la madre e i fratellini. "Finalmente qualcuno mi ha creduto" è il suo commento all'arresto del padre e del fratello violenti. Ora vivrà in una casa protetta in una località segreta. Si temono ritorsioni

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    di Giancarlo Oliani
    MANTOVA. «E' finito un incubo. Finalmente, dopo tanto tempo, qualcuno mi ha creduto». La giovane turca, che chiameremo Fatima, sfoga così il suo dolore dall'esilio alla quale è stata costretta dopo anni di violenze, soprusi e minacce per via del suo legame con un 22enne italiano. La sua vita cambierà per sempre e lei se ne rende conto. Per questo piange. Ogni giorno. Confessando alle assistenti sociali di avere bisogno della sua famiglia. Della mamma. Quella mamma che grazie al sindaco di Poggio, prima di partire, ha potuto incontrare in gran segreto.

    Si sono viste, all'insaputa di tutti, in un bar mentre qualcuno vegliava su di loro. Poi l'addio. Straziante. Quel giorno coincideva proprio con la festa della mamma e Fatima non avrebbe mai accettato di andarse se non prima d'averla abbracciata. Ad accompagnarla alla casa famiglia le assistenti sociali e lo stesso sindaco che la invitata a farsi coraggio e aprendere in considerazione il fatto che da quel momento nulla più sarebbe stato come prima, che non avrebbe più potuto tornare a casa. Ed è stato proprio per iniziativa del Comune se Fatima è stata rapidamente trasferita lontano dal luogo delle violenze, dal paese. Una decisione poi coincisa appieno con le decisioni del magistrato.

    «Finalmente - ha commentato in queste ore la ragazza - hanno preso sul serio quello che da tempo andavo dicendo». Nel frattempo, per timore di possibili rappresaglie, i carabinieri hanno messo sotto controllo anche la casa di via Ovara. Di colpo, quell'abitazione, è diventata obiettivo sensibile. Ma per il Comune ora si pone un altro spinoso problema: il mantenimento della famiglia. L'unico a lavorare infatti è Ahmet Kelet, 50 anni, che ora è in prigione con il figlio Umit di 26.

    «Siamo in attesa di sapere cosa deciderà il giudice - commenta Sergio Rinaldoni - perché se il capofamiglia non sarà più in grado di badare alla famiglia dovremmo farlo noi. Con cosa mangiano sennò?». Ricordiamo che in quella casa vivono altre quattro bambini oltre alla sorella maggiore di Fatima.

    Il padre è dipendente della Ferben, una ditta del luogo e, a quanto pare, sul lavoro si è sempre comportato in modo corretto. Il figlio Umit, invece, era da poco tornato dalla Germania dove aveva lavorato oltre due anni. Proprio lui si è reso responsabile delle violenze e delle minacce più gravi per convincere la sorella Fatima a rispettare le personalissime regole della religione musulmana.

    LE INDAGINI. Saranno interrogati in carcere Ahmet Keles, 50 anni e il figlio Umit di 26, accusati di maltrattamenti aggravati per aver ripetutamente maltrattato la madre (e moglie) e la sorella (e figlia), minacciandole e picchiandola. Una continua violenza fisica e psicologica: «Non rispetti la nostra religione, ti taglio la testa e la metto in giardino» che non frequentasse ragazzi italiani. Ma tra le le aggravanti ci sono anche quelle della discriminazione e dell'odio etnico, nazionale, razziale e religioso.
    Non si fermano le indagini dei carabinieri per cercare di capire se anche altri membri della famiglia siano stati maltrattati come Fatima e sua madre. Quest'ultima, in una breve dichiarazione, ha confermato le botte del figlio Umit alla figlia ma non quelle del padre che si sarebbe limitato, si fa per dire, a minacciarla. Certo che se le minacce sono del tipo: «Ti taglio la testa e la sotterro in giardino» c'è di che preoccuparsi e la Procura ha dimostrato d'aver preso quelle minacce molto sul serio.
    17 maggio 2010

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