Celiachia, nel Mantovano
tremila senza diagnosi

In provincia sono solo 630 i malati consapevoli di esserlo, gli altri non lo sanno

    di Igor Cipollina MANTOVA. Cronica, sociale, sistemica, autoimmune. Gli aggettivi si affollano per descrivere la celiachia, che condanna a una dieta rigorosissima. «Malattia? No, è una condizione di vita», rassicurano i medici. Nella nostra provincia ci convivono in 630.

    Niente pasta né pane, guai a pizza e biscotti: il veleno da bandire è il glutine. Il problema è sfaccettato, non interroga soltanto la pancia, a tavola ci si siede pure con la testa. Questione di cultura. Per fare il punto sulla situazione, le novità, le resistenze, gli ostacoli da rimuovere e quelli ormai alle spalle, un nutrito gruppo di specialisti dell'azienda ospedaliera Carlo Poma (e non solo) si è dato appuntamento al Teatro auditorium di Poggio Rusco.

    Tredici interventi compressi in quindici minuti (ciascuno), con tanto di timer azionato dal pediatra Luigi Gobio Casali, ex primario a Mantova. Con lui anche Franco Olivetti, attuale direttore del Dipartimento materno infantile.

    A offrire cifre e dati è Ornella Orsini, del Servizio igiene degli alimenti e della nutrizione dell'Asl: secondo l'ultimo studio epidemiologico, aggiornato al 2008, nella provincia di Mantova si contano 630 diagnosi di celiachia, 480 tra gli adulti e gli altri tra i bambini. Ma il problema è molto più largo di quanto suggeriscano i numeri. Se è vero che, statisticamente, l'intolleranza al glutine colpisce una persona ogni 100, allora in giro potrebbero esserci 4.000 celiaci. Ignari della loro «condizione di vita», che diventa tale solo dopo la diagnosi.

    Prima è ancora una malattia, spesso difficile da individuare. Accanto ai sintomi classici, come diarrea, dolore addominale, dermatite, perdita di peso e stanchezza, se ne osservano altri, dalla depressione alla cefalea, disturbi della memoria, aborti ripetuti, afte in bocca. Oppure, al contrario, la malattia potrebbe starsene zitta, silente. Da non confondersi con la "gluten sensitivity" che, abbozzata dalla gastroenterologa Paola Accorsi, in Italia coinvolgerebbe tre milioni di persone.

    Tutto sta nella diagnosi, un "collage" al quale concorrono più specialisti. La discussione si inerpica lesta (il timer non ammette deroghe) sulle analisi da consigliare, i nuovi marcatori da cercare nel sangue, la necessità di effettuare o meno la biopsia.

    Sul palco dell'auditorium si avvicendano i gastroenterologi Adriano Moi e Sergio Amarri (primario di pediatria a Reggio Emilia), il dirigente del laboratorio d'analisi di Pieve di Coriano Ugo De Biase e Alberto Bellomi, primario di anatomia patologica. «L'unica terapia è una dieta rigorosa e permanente», avverte la dietista Anna Malacarne, che passa in rassegna alimenti naturali, sostitutivi, contemplati nel prontuario dell'Associazione italiana celiachia (Aic), a spiga sbarrata e con la dicitura "senza glutine". La soglia è di 20 parti per milione.

    A declinare l'aspetto emotivo è la psicologa e psicoterapeuta Elena Bellini, che ricorre all'immagine della casa, come universo di valori e abitudini, da ristrutturare dopo il "terremoto" della diagnosi. Tocca al presidente della sezione di Mantova, Simona Gerola, raccontare dell'Aic, dei suoi mutati obiettivi 30 anni dopo la nascita (era il 1979): oggi ci si batte per la demedicalizzazione, il diritto all'alimentazione fuori casa e la socialità senza glutine.  Al cibo come «fonte di gratificazione e socializzazione» si riferisce anche Giordano Pachera, preside dell'Istituto alberghiero Greggiati. Alla fine si sciama tutti verso il buffet imbandito dai suoi studenti. Glutin free, ovviamente.
    10 aprile 2011

    Altri contenuti di Cronaca

    Trova Indirizzi Utili

    Annunci

    • Vendita
    • Affitto
    • Casa Vacanza
    • Regione
    • Provincia
    • Auto
    • Moto
    • Modello
    • Regione
    • Regione
    • Area funzionale
    • Scegli una regione
    Tutte

    PROMOZIONI

    Negozi

    ilmiolibro

     PUBBLICITÀ