Vita e destino (Vasilij Grossman)

Eugenio Camerlenghi ha anche inviato questo testo di Grossman

    Nella morsa della violenza totalitaria la natura umana subisce un mutamento, si modifica? L’uomo perde il proprio desiderio innato di libertà? Dalla risposta a queste domande dipendono le sorti dell’uomo e del totalitarismo. Una mutazione della natura umana implicherebbe il trionfo universale ed eterno della dittatura, mentre l’anelito inviolabile alla libertà condannerebbe a morte il totalitarismo.

    La gloriosa rivolta del ghetto di Varsavia, a Treblinka e a Sobibor, per esempio, l’imponente movimento partigiano in decine di paesi che Hitler aveva asservito, i disordini di Berlino del 1953 e in Ungheria nel 1956, dopo la morte di Stalin, così come le rivolte nei lager della Siberia e dell’Estremo Oriente sovietico, i moti di liberazione della Polonia, il movimento studentesco per la libertà di pensiero in numerose città, gli scioperi in molte fabbriche, hanno dimostrato che il desiderio di libertà non può essere sradicato. È stata soffocata, la libertà, ma è sopravvissuta. Un uomo ridotto in schiavitù diventa schiavo per volontà della sorte, non per sua natura.

    Il desiderio congenito di libertà non può essere amputato; lo si può soffocare, ma non distruggere. Il totalitarismo non può fare a meno della violenza. Se vi rinunciasse, cesserebbe di esistere. Il fondamento del totalitarismo è la violenza: esasperata, eterna, infinita, diretta o mascherata. L’uomo non rinuncia mai volontariamente alla libertà. E questa conclusione è il faro della nostra epoca, un faro acceso sul nostro futuro.

    24 ottobre 2011

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