Slalom tra le scritte che affollano muri, facciate e sottopassi sfidando i divieti. L’idea dell’assessore: potremmo arruolarli per abbellire gli angoli più degradati
di Igor Cipollina
Graffiate via con furia da scarabocchio o ricamate con polso d’artista, accelerano il respiro di Mantova cucendole addosso un vestito da periferia metropolitana.
Sono il trucco sbavato, le rughe inutili, «le scritte che imbrattano la città Unesco», lamentano i lettori della Gazzetta. Sono le parole di un dialogo muto che rimbalza da facciate, muri, sottopassi. La grammatica è quella eterna e universale che accende le passioni. Politica, cuore, tifoseria. La filosofia spicciola (e un poco ingenua) di chi incoraggia il prossimo dandogli del tu: «il destino te lo fai». E pazienza per i capricci della sorte.
La pillola di saggezza adolescenziale campeggia d’azzurro sotto una finestra dell’Istituto Mantegna. Pochi metri più in là, lungo la strada che attraversa l’ex ceramica (via Cecil Grayson), si legge «le monde est à nous». Rosso utopia, con tanto di stella. Il mondo è nostro. Cortocircuito di senso e ingenuità: in fondo i due messaggi dicono la stessa cosa da un’angolazione diversa. Peccato che lo dicano e scrivano male, con caratteri incerti e sbilenchi, le lettere a inciampare l’una nell’altra. Quasi a sfregio, come a rivendicare pure la proprietà del muro di mattoni a vista, tirato su nel mondo largo che apparterebbe a noi tutti. Concetto stiracchiato.
Stesso muro, pochi mattoni più là, qualcuno ammonisce: «oggi come ieri, fuori i fascisti dai nostri quartieri». E, girato l’angolo in via Gradaro, «diritti per tutti, ordinanze per nessuno». Che precede un altro slogan, «più cultura meno paura». L’autore si è impegnato con i colori, ma l’esito è claudicante. Dall’altro lato della strada, invece, si scorge il profilo di una bambina che vola via insieme al suo grappolo di palloncini, nessuna lettera a macchiare il messaggio. Un invito ad aggrapparsi alla leggerezza dei propri sogni? O semplicemente una sagoma fiabesca senza la zavorra di significati altri? Il disegno strappa comunque un sorriso leggero e per l’autore potrebbe valere l’idea dell’assessore Benedini, riscattare «il degrado di certe muraglie» con il segno e la fantasia dei writer più talentuosi.
Puntando verso l’argine, un muro di vicolo Maestro si offre come un lenzuolo bianco al fraseggio di due innamorati. «Fede cosa siamo noi?» domanda lui in stampatello, «siamo tutto e di più» risponde lei in corsivo. Quattro puntini di sospensione prima della esse e quattro dopo la u accentata. «Bella dedica di m» annota l’altro (o l’altra). Scarabocchi di passione. Le facciate di via Giulio Romano tornano a parlare di politica. L’invito alla ribellione dei popoli d’Europa (in inglese), la memoria di Carlo Giuliani («vive»), il fascismo marziano di Mantova (botta e risposta), l’alternativa tra servire e sovvertire. In via Rippa c’è un no urlato alla Gelmini e accanto all’ingresso dell’Istituto d’Este una mano d’intonaco non riesce a coprire la chiamata alla battaglia che palpita sotto «ci bloccano il futuro, blocchiamo la città». Nel cuore del centro storico i graffiti si fanno più rari, diluiti nella paura di essere sorpresi con la bomboletta in mano. Come accadde agli studenti che imbrattarono la basilica di Sant’Andrea. Vandali senza alibi alcuno. Così pure quelli pizzicati in via Nazario Sauro, angolo via Giulio Romano, dove ancora resiste un invito a proiettare sul muro rabbia, sogni, ambizioni a proprio piacimento. Ovvero, «Boh, quel!!!».