Uto Ughi fa il tutto esaurito al Bibiena di Mantova "teatro dall'acustica perfetta" . Tra uno Stradivari e un Guanieri del Gesù, il grande vioilinista sceglie di suonare il secondo: "E' più corposo e irradiante". Poi affronta i problemi della cultura:" L'Italia è diventata la cenerentola in Europa"
MANTOVA. Il resoconto dell’intervista che il maestro Uto Ughi ha concesso alla Gazzetta di Mantova poche ore prima del concerto al Bibiena (tutto esaurito) inizia dalla fine. Non può che essere così. Perché alla domanda sul valore musicale dei violini antichi rispetto a quelli moderni, il maestro risponde così.
«Sicuramente ci sono violini moderni di grande valore. Ma non ho ancora trovato un violino moderno che suoni meglio di uno Stradivari o di un Guarnieri del Gesù. Adesso le faccio sentire di cosa parliamo, così decido anche quale strumento utilizzare questa sera».
La luce che esce dalla normalissima custodia nera è la luce della verità musicale. Il primo strumento che il maestro impugna è lo Stradivari “Kreutzer” (1701), appartenuto al violinista al quale Beethoven aveva dedicato la sonata in La maggiore. Sul palco insieme ad Ughi c’è il pianista Alessandro Specchi. Per il resto il teatro è deserto. Pochi minuti di musica, poi è la volta del Guarnieri del Gesù (1744). Ascoltare due strumenti così, in un teatro deserto, in perfetto silenzio, è una fortuna, è un privilegio straordinario. E il Bibiena è cassa perfetta per valorizzare ogni spigolo, ogni rotondità, ogni leggerezza, ogni suggestione.
«Ha sentito? Lo Stradivari cammina, da vicino si sente molto. Il Guarnieri è più corposo e irradiante. Questa sera suonerò il Guarnieri, qui è perfetto». Ughi aveva già suonato al Bibiena, ed il ritorno è per lui motivo di grande gioia.
«Vede - esordisce il maestro- Mantova è stata brava e fortunata. Perché il Bibiena è stato conservato correttamente, e l’acustica è come deve essere. Ma in Italia sono state fatte ristrutturazioni costose e devastanti. Al Conservatorio Verdi di Milano hanno addirittura messo una moquette spessa così, rovinando tutto, nell’indifferenza generale. Ma è incredibile, come si fa a mettere la moquette sopra un pavimento in legno, dico io? Quasi tutti i teatri italiani ristrutturati hanno perduto il cinquanta percento della loro acustica. E il tutto come se niente fosse successo».
Il maestro Ughi esprime amarezza per un Paese, l’Italia, «diventato la cenerentola d’Europa nella musica classica». «A pensarci - dice, amareggiato - è incredibile. Spendono miliardi per programmi televisivi da quattro soldi e hanno sciolto le orchestre sinfoniche della Rai, che prima erano un vero fiore all’occhiello. Ne è rimasta solo una, e nessuno dice alcunché. Ma come, dico io: a Tokyo ne hanno quindici, a Berlino ne hanno dieci. E noi ne abbiamo una sola? Ma dove siamo andati a finire? Eppure non mancano i soldi, il fatto è che li spendono per la televisione-spazzatura».
Il discorso dalla musica si sposta alla cultura in generale, e il maestro attacca: «Negli ultimi vent’anni la cultura in Italia è stata fortemente penalizzata: chi opera nel campo della cultura dovrà avere un grande spirito per recuperare i valori perduti in questi anni. Abbiamo assistito tutti al precipitare dei valori e questo è palese in molte cose, da una delinquenza dilagante all’atteggiamento compiaciuto con cui la televisione affronta la cronaca. Assistiamo ad una morbosità che raggiunge picchi impensabili: la televisione incoraggia il lato peggiore della società, e tace sulle molte persone straordinarie che fanno lavori preziosissimi in campo culturale».
Ughi parla anche dello stato di salute dell’educazione musicale italiana che, purtroppo, non sfugge alla decadenza: «In Italia, nei Conservatori, ci sono molti buoni insegnanti, altri meno buoni. Ma il punto è che oggi gli studenti non vedono più nella musica un possibile sbocco professionale, e questa constatazione li allontana parecchio. Del resto in Italia avevamo moltissime società da concerto, mentre oggi per un concerto bisogna mendicare».
Il maestro Ughi ha deciso di devolvere il cachet della serata a favore degli alluvionati di Genova. «Per chi fa arte, o cultura in genere, è doveroso, fondamentale, pensare alle difficoltà del Paese. Mi riferisco ai cataclismi, come nel caso dell’alluvione che ha colpito Genova, ma penso anche all’inadeguatezza di molti servizi fondamentali. E se guardiamo la tragedia nel mare dell’isola del Giglio, scopriamo che è frutto di circostanze incredibili e inammissibili. Il personale di bordo di una nave di quella portata non era stato formato correttamente, non sapevano cosa fare. E intanto la gente moriva. In compenso gli abitanti dell’isola, che ben conosco, avendo casa proprio lì, sono stati straordinari. Si sono adoperati in ogni modo per tutta la notte per soccorrere i passeggeri».