Il processo al maresciallo: in aula la battaglia sui sigilli tolti

L’accusa: favori e ritardi nell’indagine in cambio di sesso con la proprietaria della casa a luci rosse. La difesa mostra le immagini tv: «C’era solo un cartello, il carabiniere non ha commesso reato»

    di Giancarlo Oliani

    Pier Giorgio Sganzerla, 51 anni, maresciallo del nucleo radiomobile dei carabinieri di Mantova, è tornato in aula per rispondere delle accuse di corruzione, peculato, omissione e alterazione di atti d'ufficio, falso e violazione di sigilli. Ad incastrare il sottoufficiale dell'Arma, lo ricordiamo, gli stessi colleghi, in un'indagine coordinata dal capitano Angelo Franchi, all'indomani di una maxi retata avvenuta in un quartiere a luci rosse a Cerese di Virgilio.

    Con lui, a processo, anche Silvia Patricia Pacheco, la brasiliana 38enne, difesa dall’avvocato Stefano Predella, che il carabiniere avrebbe favorito in cambio di una prestazione sessuale. La donna aveva in affitto un appartamento di via Guerra a Cerese dove nel maggio di due anni fa era stata trovata al lavoro un'altra prostituta. Il maresciallo l'avrebbe conosciuta soltanto in un secondo momento e tra i due sarebbe nata la relazione. In cambio di prestazioni sessuali il carabiniere l'avrebbe aiutata in diverse circostanze, compiendo atti contrari ai suoi doveri d'ufficio.

    Sganzerla è accusato di violazione dei sigilli e di peculato. Avrebbe ordinato, ad un suo sottoposto, di accompagnare la donna con l'auto di servizio nell'appartamento sequestrato per ritirare alcuni effetti personali. Avrebbe poi nascosto e ritardato degli atti d'indagine che riguardavano la stessa Pacheco. Da qui l'accusa di corruzione. Ma c'è un'altra accusa di cui il maresciallo dei carabinieri deve rispondere: quella di rifiuto d'atti d'ufficio. In pratica il militare non avrebbe redatto o comunque inviato immediatamente all'autorità giudiziaria una segnalazione relativa alla Pacheco.

    Proprio su quest’ultima circostanza ha testimoniato, giovedì mattina, il sostituto procuratore della repubblica Fabrizio Celenza, ora in forza alla procura di Venezia. Il magistrato ha raccontato che dopo il blitz di via Guerra a Cerese aveva iscritto nel registro degli indagati tutti i proprietari degli appartamenti e o i loro intermediari, procedendo al sequestro preventivo degli alloggi. Sequestro che sarebbe stato revocato sono nel momento in cui quei proprietari avessero dimostrato d’aver sfrattato le prostitute. In una relazione di servizio Sganzerla avrebbe riconosciuto la buona fede della Pacheco, in quel momento in Puglia, sul fatto di non essere al corrente che la sua ospite si prostituiva. Ma Celenza non ritenne credibili le osservazioni del maresciallo scritte nella relazione di servizio e nel giugno di quell’anno le responsabilità della brasiliana emersero in modo evidente.

    Violazione dei sigilli. Sganzerla avrebbe favorito la Pacheco consentendole di entrare nell’appartamento già sequestrato. Circostanza confermata da un carabiniere in servizio al Norm. Ma ieri, da immagini televisive, la difesa ha mostrato che i sigilli non c’erano e quindi non potevano essere stati tolti. C’era solo un cartello.

    Omissione e alterazione d’atti d’ufficio. Sganzerla, nel corso dell’indagine riguardante i due carabinieri poi rinviati a giudizio per concussione sessuale, avrebbe rivelato al trans che li riconobbe che solo due, tra quelle dieci foto, appartenevano ai militari.

    E il trans aveva confermato d’averlo saputo proprio dal sottoufficiale dell’Arma.

    03 febbraio 2012

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