L’Accademia teatrale Campogalliani legge nell’aula consiliare di Mantova questo brano tratto da “Foibe Rosse” di Frediano Sessi ( Marsilio 2007)
Quello che si sa di Norma e del suo dramma, a tutt'oggi, sta racchiuso in poco più di due pagine. Qualcuno parla in proposito di falso storico e di mito, qualcun altro all'opposto di verità taciuta. Questa ricostruzione sceglie di privilegiare quel che resta della memoria del dolore, e di dare voce a una morte che in ogni caso, quale ne sia l'interpretazione che si vuole autentica, fu atroce e ingiustificata.
È una domenica di settembre, la data precisa sul calendario del 1943 segna il 26. Nella piazzetta davanti alla casa dei Cossetto ci sono dei bambini che giocano, mentre alcune donne parlano tra loro e stanno a guardare. La chiesa di Santa Domenica di Visinada ha da poco fatto sentire i rintocchi del mezzogiorno. Intorno, il silenzio è rotto solo dal rumore metallico di una motocicletta che, accelerando la marcia in uscita dalle curve, scoppietta. Pochi minuti e si presenta un giovane che chiede di Norma
Giorgio fa parte dei gruppi di insorti organizzati dai partigiani titoisti che cercano di prendere le redini della regione, dopo la ritirata dei funzionari del governo fascista italiano, a seguito dei proclami dell'8 settembre. E devono agire in fretta, prima che il comando tedesco riesca a occupare tutta l'Istria.
Non sappiamo ancora che occhi aveva Giorgio e quale fosse il tono della sua voce quando parlò con Norma. Di questo episodio, accaduto certamente, e ripreso in più testimonianze abbiamo scarne notizie.
Ancora, che cosa accadde dopo l'arrivo di Norma al comando partigiano, a tutt'oggi, non è dato di sapere. Non ci sono documenti ma voci. Qualcuno racconta che gli uomini del Movimento popolare di liberazione titoista, la interrogarono a lungo, invitandola a collaborare con loro. Fermamente, la ragazza rifiuta la proposta. Così si dice. Oltre a Giorgio, altri uomini o donne fra i presenti fanno parte della cerchia dei suoi conoscenti. Un guardiano a cui viene consegnata, in attesa di altre decisioni, la libera. Sa già quello che le potrebbe accadere? Conosce il cinismo e la violenza degli insorti che come lui fanno parte delle squadre armate? Si fida di lei e la considera innocente? Si è accorto che l'arresto di Norma non è un affare politico e che alla ragazza vengono fatte proposte indecenti? Non accetta che venga arrestata al posto del padre, ormai introvabile?
Proprio il padre di Norma, Giuseppe Cossetto, classe 1888, nato in Istria a Santa Domenica, già ufficiale austro-ungarico, è uno dei maggiori ricercati da parte di alcuni elementi partigiani venuti da fuori, che hanno l'ordine di mettere le mani su tutti coloro che rappresentarono l'autorità e il potere del regime fascista
L'uomo che libera Norma, in ogni caso, non ha potere nel gruppo di partigiani perché, il giorno successivo, la ragazza viene fermata di nuovo e questa volta insieme ad altri arrestati della zona (tra cui alcuni suoi parenti: Eugenio Cossetto, cugino del padre, Ada Riosa sua cognata, Maria Concetta, cugina della madre) e trasferita nelle carceri di Parenzo sulla costa del mare Adriatico, tredici chilometri a sud. Sembra che sia sempre Giorgio a prelevare la ragazza che lo segue senza opporre resistenza. In ogni caso, fino a questo momento, i famigliari di Norma sanno dov'è rinchiusa la giovane, perché il 30 settembre cercano di introdurre nel carcere cibo e abiti di ricambio. In quell'occasione, i carcerieri li rassicurano: "domani mattina, Norma verrà rilasciata. Non ha bisogno di niente. Tornate a casa!" Frase categorica di cui non resta traccia nei documenti ma che a sentire la testimonianza di oggi della sorella Licia, di tre anni più giovane, deve essere vicino al vero.
Il giorno seguente, anche perché i tedeschi stanno per arrivare a Parenzo, i prigionieri vengono caricati su alcuni autocarri e trasportati ad Antignana, dapprima nella caserma dei Carabinieri, poi nei locali dell'edificio scolastico trasformato in luogo di reclusione.
Questo il viaggio da prigioniera di Norma. Il tutto in un'area di poche decine di chilometri quadrati.
Da qui in poi, la storia di Norma precipita verso il baratro e non solo perché la ragazza sarà gettata nel pozzo profondo e naturale di una foiba carsica.
Ecco che cosa si racconta delle giornate che vanno dal 1° alla notte del 4 di ottobre. Quattro interminabili giorni di supplizio. Separata dagli altri detenuti e rinchiusa in una stanza a parte della scuola, con almeno una finestra sulla strada, Norma viene denudata e legata sopra un tavolo. Più volte violentata da almeno diciassette carcerieri, si lamenta e piange. In seguito, una donna che abita poco lontano dalla scuola, dirà alla sorella Licia di averla sentita lamentarsi e invocare piangente la mamma. Lei impietosita dai lamenti si era avvicinata alla finestra e Norma le aveva detto tutto, chiedendole dell'acqua. Lo sguardo e il corpo sfinito e pieno di ferite, inferte con i calci dei moschetti.
Si può anche pensare che quella donna facesse parte del gruppo di aguzzini. In altri diari di scampati alla furia degli insorti di quei giorni del settembre-ottobre 1943 si trovano donne che seviziano, percuotono con grossi bastoni e "con tenaglie cercano di strappare le unghie" ad altre donne prigioniere. "Una scalmanata, con un cucchiaio mi gratta le palpebre gonfie, ferite e chiuse"! racconterà in seguito una sopravvissuta nel suo libro di memorie.
Ce n'è per tutti, e a sufficienza per sospettare che Norma venne torturata e violentata anche con il consenso delle donne che facevano parte del movimento partigiano. Per il momento, tuttavia, continuiamo a credere alla versione ufficiale che ci restituisce l'immagine di una donna pia e caritatevole, impotente davanti a tanto dolore.
La sera del 4 ottobre, tutti i componenti maschi della banda, ubriachi, entrano nella stanza di Norma. Dopo averla ripetutamente posseduta con violenza, le legano i polsi e con altre venticinque persone la trascinano a piedi dal centro abitato di Antignana, verso nord, fino alla foiba di Surani, alle pendici del Monte Croce, vicino alla strada che da Antignana porta al borgo agricolo di Montreo.
Alle prime luci dell'alba del 5 ottobre, Norma si trovò sulla voragine che l'avrebbe inghiottita per sempre. Centotrentacinque metri di salto nel buio e nel vuoto.
Quella notte del 4 ottobre del 1943, fu mamma Margherita che si svegliò per prima e si precipitò nella camera da letto di Licia.
- Mi è sembrato di sentire la voce di Norma che mi chiamava - disse. - Non deve essere molto lontana da qui… sta tornando a casa - concluse, cercando di allontanare da sé la paura.
- E da dove proveniva la voce? - chiese Licia infreddolita e tremante. Si era addormentata da poco, cedendo alla stanchezza e allo sfinimento.
- Certamente da fuori… - sussurrò la mamma in ansia.
Ma le finestre erano chiuse e le strade deserte.
Oggi Licia afferma che quel grido nella notte, l'ultimo che uscì dalla bocca di Norma mentre precipitava nella voragine, è stato anche l'estremo disperato addio alla madre, morta di crepacuore qualche anno dopo.
Il ruolo che Norma ha assunto con la sua morte, simbolo della italianità degli istriani e di tutte le donne violentate dalle truppe in guerra, ne fa oggi una figura emblematica, un punto di riferimento per cogliere appieno la disumanità insita in tante delle ideologie e dei progetti di società che hanno attraversato il Novecento. Senza esserne consapevole, Norma è già nel cuore di tutti coloro che alle tenebre del male preferiscono, a costo della propria vita, la luce che illumina il cammino degli uomini verso la giustizia e la solidarietà. Questo passaggio alla storia, come persona giusta, non ripaga nessuno dei suoi famigliari del dolore e dei lutti patiti, ma rasserena coloro che si apprestano a vivere oggi con fiducia, poiché anche grazie a Norma si può continuare a credere che l'uomo meriti di rimanere lo scopo dell'uomo, persino in condizioni estreme.