di Enrico Grazioli
Il manto bianco ricopre molte brutture ma per contrasto ci restituisce anche il riflesso di come siamo dentro
di ENRICO GRAZIOLI
La neve rallenta i ritmi dei nostri giorni, li complica un po’ ma non li rattrista. Ci incanta con il fascino dei laghi imbiancati di gelo, ricopre gentile molte brutture: ma per contrasto ci restituisce anche il riflesso di come siamo e come stiamo, dentro. Ripensiamo alle cronache della Gazzetta di questi giorni, come tenute insieme da un filo, sottile, un fiocco di neve. Ci accorgiamo di essere una città e una provincia efficienti nel tenere pulite le strade, ma che per andare altrove, magari in treno, deve sfidare un nemico implacabile: l’indifferenza incapace di chi dovrebbe garantirci un servizio. Una città e una provincia che si mettono in fila dopo aver letto l’appello dei canili, per portare coperte e cibo agli animali infreddoliti, poveri loro: ci fanno tenerezza.
Ma poveri anche quegli umani che in fila si mettono per ricevere un pasto caldo dove c’è, o muoiono in un casolare, o si nascondono se gli si offre un tetto di fortuna nel timore di essere smascherati, irregolari, e poi perdere anche il nulla che le nostre regole concedono loro. Quelli fanno, a tanti di noi, molta meno tenerezza; quelli si spostino dal marciapiede, che già dobbiamo stare attenti a non scivolare. Meno ancora, a qualcuno di noi, sfiorano l’anima una ragazza o due, o chissà quante, con la pelle di altro colore. Che magari nel bianco della neve risalta ancor più la differenza: tra il loro sorriso, la loro speranza e l’indomabile bestialità di chi, tra di noi e col rischio di rappresentarci tutti, urla “Guarda la scimmietta” o più spiccio “Negra”: provate a gridarlo, nel silenzio della neve, gridatelo ancora e vedrete l’effetto che fa. Lo stesso di quando poi la neve si scioglierà, smettendo di nascondere ciò che siamo davvero. E noi ci guarderemo in faccia o allo specchio. Con qualche brivido.