San Benedetto, muore a 34 anni mentre dorme nell’ex casa: la moglie è incinta. Intossicati anche due agenti
È morto di monossido e disperazione Imed Jebali, 34 anni, un figlio in arrivo e una lunga scia di sogni ridotti in cenere. È morto da intruso nella casa dove per anni aveva abitato alla luce del sole, con le chiavi in tasca, prima che le cose cominciassero a incepparsi e girare per il verso sbagliato. Gli agenti della polizia locale di San Benedetto Po l’hanno trovato rannicchiato per terra, avvolto nelle coperte, il barbecue usato per scaldarsi ormai freddo, le finestre chiuse e l’aria avvelenata. Anche per loro, per il comandante Luca Goldoni e l’agente Gianni Lamberti, finiti al pronto soccorso di Pieve di Coriano (nulla di grave, ma hanno dovuto ricorrere all’ossigeno). Perso il lavoro da muratore, persa la casa, perso il futuro, Imed aveva fatto le valigie e se ne era tornato nella sua Tunisia insieme alla moglie incinta (tunisina pure lei, ma in Italia la chiamano Emilia), conosciuta a Novi di Modena attraverso la rete comune di amicizie e sposata l’anno scorso. Ha retto tre mesi, poi ha rifatto i bagagli e, dieci giorni fa, si è ripresentato a Mirasole, nella sua via. Strada Argine vecchio. Per la prima settimana si è arrangiato a dormire sul divano di alcuni amici. Finché il richiamo della vecchia vita non è diventato troppo insistente da zittire: così martedì Imed ha deciso di riprendersi la sua casa (vuota dopo lo sfratto), di forzare la porta sul retro e sistemarsi nella camera da letto. Almeno per una notte. Racconta Giancarlo Pallavicini, che abita con la moglie nella villetta a fianco, di aver tentato in tutti i modi di dissuaderlo. Non c’è stato verso. Erano amici, Imed e Gianfranco, che adesso fatica a parlarne al passato. È lui a ricostruire l’accaduto: il sospetto si affaccia alle 9 del mattino, quando dalla casa a fianco non arriva ancora alcun rumore. Il timore diventa certezza quando si presentano alcuni amici del ragazzo, che non risponde al cellulare né reagisce ai colpi bussati alla porta. Tirando su la serranda si riesce a spiare dentro la camera, Imed è per terra, sembra ancora dormire profondamente. Poi tutto accelera: la chiamata alla polizia locale, l’ambulanza, i vigili del fuoco, i carabinieri, il magistrato di turno. Adesso il corpo è nelle camere mortuarie del cimitero di San Benedetto, a disposizione dell’autorità giudiziaria, anche se non ci sarebbero dubbi circa la causa della morte. «Imed era un gran bravo ragazzo» scuote la testa Pallavicini. Un lavoratore tenace e orgoglioso, che aveva rifiutato l’aiuto dei servizi sociali.
«Un bravo ragazzo» ripetono i suoi amici, con la voce rotta e gli occhi asciutti in strada Argine vecchio.