Sequestrato un magazzino nell’area industriale di Bagnolo. Il clan calabrese usava la ditta per riciclare soldi illeciti
BAGNOLO SAN VITO
Ancora tracce di mafia nel tessuto economico mantovano. Stavolta è ’ndrangheta. Le ombre dei suoi tentacoli (se mai ci fosse ancora bisogno di prove delle infiltrazioni anche in questa provincia) si allungano sino ad un capannone nell’area industriale di Bagnolo San Vito. Via del Lavoro 24/A. Nome della ditta C.e.s.i.t. srl, specializzata nell’installazione di impianti elettrici. I militari della Guardia di Finanza sono andati nei giorni scorsi all’ingresso del capannone e hanno messo i sigilli alle porte. L’edificio, peraltro, era già stato sequestrato dai carabinieri alla fine di ottobre nell’ambito della stessa inchiesta.
Ma da Bagnolo spostiamoci a Catanzaro, perché parte tutto da lì. Dalla Calabria arriva la notizia di una maxioperazione anti-’ndragheta portata a termine ai danni di Giovanni Puccio, «indicato – recita un’agenzia – come elemento legato al clan della ’ndragheta guidato dalla famiglia Maisano». Non è stata un’operazione di poco conto. Le Fiamme gialle, su richiesta della direzione distrettuale antimafia presso la procura di Catanzaro, dopo l’ok del giudice per le indagini preliminari, hanno messo i sigilli a immobili, veicoli, auto di grossa cilindrata, tutto riconducibile a tre imprese con sede a Catanzaro Lido e a Botricello (con filiale a Mantova) e alla famiglia di Puccio. In totale, il sequestro preventivo ha interessato beni per 18 milioni.
Isola di capo Rizzuto, in provincia di Crotone. Qui alcuni villaggi turistici sono finiti nel mirino degli inquirenti per presunte infiltrazioni della cosca Maesano. Anche i padroni delle tre aziende catanzaresi, spiegano le Fiamme gialle, erano legati all’organizzazione. L’ipotesi accusatoria è che le imprese venissero usate dall’organizzazione criminale per due scopi: riciclare il denaro sporco, proveniente da traffici illeciti, e penetrare anche nel Nord in settori economici presentandosi con un volto pulito. Quello di un’azienda come la C.e.s.i.t, che partecipava alle gare d’appalto pubbliche esibendo il certificato antimafia necessario per tentare di aggiudicarsi commesse da Comuni e Province. Per arrivare a questo risultato, spiega la guardia di Finanza, l’organizzazione ricorreva a un vorticoso giro di prestanome, le classiche teste di legno con la fedina penale intatta che non insospettivano nessuno. Ma i controlli, verifiche fiscali su soggetti con precedenti penali previste dalla legge antimafia, ci sono stati lo stesso anche grazie alle segnalazioni della Banca d’Italia che aveva notato giri di denaro sospetti. Alla chiusura dell’inchiesta Corto circuito, sui fratelli Puccio, Giovanni e Antonio, di 63 e 54 anni, i carabinieri erano arrivati per la prima volta a Bagnolo, scoprendo un magazzino vuoto. Ai due fratelli erano stati sequestrati beni per 4 milioni. Sempre al 28 ottobre 2011 risulta il sequestro preventivo delle quote della C.e.s.i.t. a Giuseppe Puccio, 35 anni, titolare del’80% del capitale, e a Caterina Iannone, 35 anni, che sei mesi prima aveva acquistato il restante 20% da Maria Puccio, 34 anni. Ieri la seconda puntata. Con un sequestro ben più importante sul piano economico.
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