LA GAZZETTA CON I PENDOLARI SUL MANTOVA-MILANO
2009: l'odissea sui binari
con i treni della vergogna
Ritardi, caldo e sporcizia: tra i pendolari di una tratta da Terzo mondo domina ormai la rassegnazione.
L'arrivo alla stazione di Mantova
dall'inviato Gabriele De Stefani
«Sali con noi sul treno per vedere come funziona? Speriamo che ci
porti fortuna!». Ahi. L'approccio del primo viaggiatore che
incontriamo non è incoraggiante: i pendolari della Mantova-Milano
sono cacciatori di amuleti. Più che nell'efficienza di Trenitalia,
confidano nel fato.
La partenza è fissata per le 6.47 dalla stazione
cittadina. Ma il primo disguido risale a una ventina di minuti
prima nello stretto parcheggio che affianca i binari, di fronte ai
giardini Nuvolari. A quest'ora il posto auto non è un problema, ma
a soffrire sono le sospensioni: dislivelli e buche in stile rally.
Se avessimo avuto qualche difficoltà nel precoce risveglio, ci
saremmo di certo ripresi con gli scossoni pre-parcheggio.
Poi, sul binario, l'incontro con il nostro primo
compagno di viaggio, quello che cerca amuleti. Lo salutiamo e ci
sediamo un po' distanti, per far conoscenza con altri pendolari.
Andiamo in fondo al treno, lo risaliremo cammin facendo. Si parte.
Chiacchierando qualcuno non se ne accorge, ma sono già le 6.57: nel
momento in cui il regionale 2648 si mette in moto è già in ritardo
di dieci minuti.
Il treno di antica generazione
Perché? «Non saprei, il semaforo è
diventato verde soltanto ora» allarga le braccia un uomo delle
ferrovie. Che cosa ci vuoi fare? E' il fato.
Davanti a noi c'è un passeggero che sta già lavorando con il
computer portatile. «Prendo spesso questo treno, anche se non
quotidianamente - spiega - Mi sposto per lavoro, sono un dipendente
della Telecom. I disagi? Credo di essere abbastanza fortunato,
rispetto a quel che sento e a quel che leggo. Grossi guai non ne ho
passati».
Ma, anche quando non si subiscono ritardi, una
cosa è certa: c'è sporco. I vetri sono pieni di macchie, quando
abbassiamo il finestrino ci ritroviamo con le mani appiccicose, i
posti a sedere (succederà soprattutto nel viaggio di ritorno, che
chiuderemo con mezz'ora di ritardo) ospitano briciole e chiazze
scure.
«
Sotto il profilo dell'igiene siamo in linea con
quello che si trova di solito» risponde il lavoratore Telecom. Il
concetto viene approfondito da una dipendente del ministero della
Giustizia seduta nella carrozza successiva: «Sì, anche secondo me
siamo in linea. Siamo in linea con la solita merda».
In questa carrozza c'è un altro
problema: il caldo. Si soffoca davvero. Un gruppetto di quattro
donne inizia a lamentarsi: «Non si respira, arrivano ventate di
aria calda dal pavimento (
ci passano i tubi del riscaldamento,
ndr)». Si alzano e se ne vanno nella carrozza successiva, dove
la temperatura è normale. Da uno scompartimento all'altro,
l'escursione termica è circa di una decina di gradi. Autunno e
inverno a pochi metri di distanza.
Ci spostiamo in una terza posizione. Terza posizione e
terzo guaio, dopo la partenza fuori orario (a proposito: nel
frattempo siamo arrivati a Bozzolo e i minuti di ritardo sono
diventati venti) e dopo la vampata di caldo: la porta vicina al
nostro sedile non resta chiusa. Sbatte di continuo,
ritmicamente.
Il caos del parcheggio davanti alla stazione Fs
Altro cambio di posto.
Incontriamo Elisa Ballistreri, revisore contabile diretta a Milano
per lavoro come la maggior parte dei passeggeri (il venerdì per gli
studenti è giornata di rientro). Come va? «Meglio dell'ultima
volta, quando al ritorno rimanemmo fermi un'ora e mezza a Cremona
per poi essere caricati su un bus sostitutivo. In tutto impiegammo
cinque ore. E anche quando vado a Bologna i guai non mancano, tra
coincidenze che saltano e sporcizia».
Dietro alla testa della nostra compagna di viaggio c'è il
giaccone aperto. Perché? «I sedili sono sempre luridi, io la testa
non ce la appoggio. Uso il piumino come cuscino per proteggermi».
Due file più indietro, una signora adibisce uno scialle alla stessa
mansione.
Di stazione in stazione il treno si riempie. Alla
partenza eravamo una quarantina, arrivati alle porte di Milano si
fatica a trovare un posto a sedere. Parallelamente al numero dei
compagni di viaggio è cresciuto anche quello dei minuti di ritardo.
Quando arriviamo alla stazione centrale sono quasi 30: la tabella
di marcia prevedeva lo sbarco per le 8.40, ma tagliamo il traguardo
alle 9.06. Anche se il display, come tutti quelli incontrati lungo
il percorso, la pensa diversamente: secondo lui il ritardo è di 15
minuti.