Se il nostro piangere fa male al re...
Dice Berlusconi che la crisi non è tragica (osservata dal suo punto
di vista, possiamo capire...); si affanna Tremonti a smentire di
aver definito il 2009 anno orribile o tremendo e cita Roosevelt che
invitava gli americani a combattere la depressione (economica e non
solo) con l'ottimismo: «Uscite di casa, andate a mangiare
hamburger, vivete come prima». A vivere ancora »come prima« delle
fabbriche che chiudono, dei cassintegrati che si moltiplicano,
delle banche che tremano, delle Borse che affogano è chi ha
capitalizzato al riparo dal fisco qualche lustro di benessere e
qualche bolla speculativa ben cavalcata. Ma il vero esempio di
indefessa fiducia nel proprio futuro viene proprio dagli esponenti
del ceto politico. Che ci invitano a non lasciarci avvolgere dalla
spirale del pessimismo, a pensare positivo. E non si accorgono, con
il loro agire negativo, girando al largo da qualsiasi sacrificio,
che stanno aumentando la separazione dal corpo sociale che li ha
eletti e che dovrebbero rappresentare.
Comprendiamo benissimo la difficoltà quasi insormontabile a
mettere in atto politiche efficaci per fronteggiare la recessione
senza confini. Comprendiamo anche che sia complicato intervenire
localmente di fronte a un disastro globale. Ma come è possibile
fare appello al sentire di un popolo, alla componente piscologica
che muove e condiziona ogni individuo, quando non si avverte la
necessità (in un momento di grande sofferenza) neppure di un gesto,
anche simbolico, per riavvicinarsi a quel popolo, a quegli
individui spauriti: per condividere, almeno in piccolissima parte,
le ambasce che sono di tantissimi? Un segno... Se questo piano di
comunicazione si sceglie (e può essere davvero una buona scelta),
un segno può valere più di mille annunci, più di un ponte sullo
Stretto e della prospettiva di dover lavorare fino a 65 anni se si
è donna.
Fosse caduto un privilegio, in queste settimane. Fosse aumentato
invece di calare il prezzo del caffè o della pasta al ragù alla
buvette parlamentare. Si fosse iniziato a discutere seriamente
della riduzione del numero dei nostri onorevoli (come promesso da
tutti in campagna elettorale), dei loro vitalizi e dei loro benefit
(siamo fermi al taglio del parrucchiere gratuito, forse...). Si
fosse tentato di riequilibrare i meccanismi di spesa automatici di
ministeri e giù a scendere fino all'ultimo ente pubblico, magari
anche quelli creati ad arte per moltiplicare poltrone e
strapuntini. Ecco, fosse successo qualcosa di tutto questo, la
crisi sarebbe rimasta grave come è: ma forse riuciremmo ad essere
un po' più allegri, noi che sempre allegri bisogna stare, ché il
nostro piangere fa male al re...
(08 marzo 2009)