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mercoledì 17.03.2010 ore 00.02
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Se il nostro piangere fa male al re...

Dice Berlusconi che la crisi non è tragica (osservata dal suo punto di vista, possiamo capire...); si affanna Tremonti a smentire di aver definito il 2009 anno orribile o tremendo e cita Roosevelt che invitava gli americani a combattere la depressione (economica e non solo) con l'ottimismo: «Uscite di casa, andate a mangiare hamburger, vivete come prima». A vivere ancora »come prima« delle fabbriche che chiudono, dei cassintegrati che si moltiplicano, delle banche che tremano, delle Borse che affogano è chi ha capitalizzato al riparo dal fisco qualche lustro di benessere e qualche bolla speculativa ben cavalcata. Ma il vero esempio di indefessa fiducia nel proprio futuro viene proprio dagli esponenti del ceto politico. Che ci invitano a non lasciarci avvolgere dalla spirale del pessimismo, a pensare positivo. E non si accorgono, con il loro agire negativo, girando al largo da qualsiasi sacrificio, che stanno aumentando la separazione dal corpo sociale che li ha eletti e che dovrebbero rappresentare.
 Comprendiamo benissimo la difficoltà quasi insormontabile a mettere in atto politiche efficaci per fronteggiare la recessione senza confini. Comprendiamo anche che sia complicato intervenire localmente di fronte a un disastro globale. Ma come è possibile fare appello al sentire di un popolo, alla componente piscologica che muove e condiziona ogni individuo, quando non si avverte la necessità (in un momento di grande sofferenza) neppure di un gesto, anche simbolico, per riavvicinarsi a quel popolo, a quegli individui spauriti: per condividere, almeno in piccolissima parte, le ambasce che sono di tantissimi? Un segno... Se questo piano di comunicazione si sceglie (e può essere davvero una buona scelta), un segno può valere più di mille annunci, più di un ponte sullo Stretto e della prospettiva di dover lavorare fino a 65 anni se si è donna.

 Fosse caduto un privilegio, in queste settimane. Fosse aumentato invece di calare il prezzo del caffè o della pasta al ragù alla buvette parlamentare. Si fosse iniziato a discutere seriamente della riduzione del numero dei nostri onorevoli (come promesso da tutti in campagna elettorale), dei loro vitalizi e dei loro benefit (siamo fermi al taglio del parrucchiere gratuito, forse...). Si fosse tentato di riequilibrare i meccanismi di spesa automatici di ministeri e giù a scendere fino all'ultimo ente pubblico, magari anche quelli creati ad arte per moltiplicare poltrone e strapuntini. Ecco, fosse successo qualcosa di tutto questo, la crisi sarebbe rimasta grave come è: ma forse riuciremmo ad essere un po' più allegri, noi che sempre allegri bisogna stare, ché il nostro piangere fa male al re...
(08 marzo 2009)
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