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Olanda, la xenofobia non sfonda c’è speranza per l’Unione

L’analisi

Con la cautela accentuata dai recenti rovesci dei sondaggisti e dunque maneggiando con estrema cura i primi exit poll (premessa scontata ma obbligatoria), l’Olanda che esce dal voto di ieri è un lasciapassare per continuare a sperare che l’Europa non termini la sua corsa in questo fatale ’17. Paragonate a un torneo calcistico, le elezioni a Amsterdam sono state definite un quarto di finale, cui seguirà la semifinale (Francia, aprile-maggio) e la finale (Germania, settembre). Si va avanti, dunque. Geert Wilders, 53 anni, leader del partito per la libertà, xenofobo, anti-islamico, l’uomo che vorrebbe distruggere Bruxelles, avanza e nemmeno in modo corposo, sicuramente non sfonda. Come volevano i sondaggi dell’ultima settimana e in opposizione a quelli più antichi che ne disegnavano un trionfo. Scendono ma reggono i liberali del premier uscente Mark Rutte, primo partito e probabile incarico di formare il nuovo governo. Crollano fino a essere ridotti al lumicino i laburisti, dunque la sinistra tradizionale a tutto vantaggio di una crescita, questa sì, impetuosa dei verdi.

Non sarebbe finita sotto un cono di luce così abbagliante la piccola Olanda, se non fosse stata considerata come la cartina di tornasole per altre consultazioni di ben maggiore peso in un Occidente che si trova davanti alle stesse sfide, cioè alle stesse paure. Se per gli europeisti convinti l’esito è confortante, sarebbe però miope tirare un sospiro di sollievo. Geert Wilders ha ragione quando ieri, a urne ancora aperte, ha concluso che comunque avrebbe vinto perché i suoi temi sono diventati il terreno di confronto. E da questo punto di vista bisognerà ringraziare il sultano Erdogan per aver sfidato così apertamente il governo dei Paesi Bassi costringendo Rutte a una robusta reazione contro uno Stato musulmano. Così facendo ha indotto una parte dell’elettorato a scegliere l’usato sicuro e non l’avventurismo.

Non sappiamo se Rutte avrebbe assunto la stesso postura senza l’incubo delle urne alle porte. Ma ciò che resta e che conta, in prospettiva francese e tedesca, è che solo uno spostamento a destra poderoso ha salvato, con un colpo di coda, il primato di un partito tradizionale contro l’ondata populista. Era, del resto, l’intento del “Républicains” francesi quando hanno scelto alle primarie Francois Fillon e prima che si scoprisse il suo familismo amorale.

L’Olanda si salva da Wilders spostandosi a destra però sposando la sua agenda, nonostante la tripla A delle agenzie di rating, la 17a economia del mondo e la decima per reddito pro capite, una disoccupazione al 5,4 per cento quando era all’8,3 nel 2013. Dunque non era la crisi, o la sfiducia nell’euro a gonfiare le vele del populismo, ma l’emotività legata alle questioni identitarie in un Paese che, dopo aver molto integrato, non sa come assorbire le ultime ondate migratorie. Wilders si sfila dal primo piano del palcoscenico, le sue idee restano sulla scena e vedremo come i partiti di sistema li affronteranno in una prospettiva non estremista. Certo è che mancherà, nella dialettica della democrazia dell’alternanza, una sinistra laburista praticamente ininfluente, ridotta al lumicino, e superata persino dai socialisti radicali per una polarizzazione che ha riguardato un po’ tutti, compresi i politici che hanno cambiato d’abito, indossando quelli dei guerrieri, alla penultima ora. L’assenza di una sinistra riformista è il grande vuoto che sta del resto segnando anche l’approccio alle due date per l’Eliseo e che dovrà far riflettere chi si rifiuta di considerare la scomparsa della socialdemocrazia nel Vecchio Continente. A meno che questa sia riscattata dalla speranza tedesca di Martin Schultz, in prodigioso recupero, almeno nei sondaggi, dopo però aver orientato la sua bussola decisamente a sinistra.

Un’ultima riflessione sul numero dei votanti in Olanda, l’81 per cento, un’enormità. A conferma che pur nelle differenze, gli elettori sono concordi sul fatto che in gioco, in Europa, c’è qualcosa di epocale. E sono corsi a votare.

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