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Aumento dell'Iva, i conti del bilancio e la politica

La misura è impopolare ed efficace, ma se si vogliono spostare risorse dalla rendita alla produzione e agli investimenti, c’è un’altra via: ripristinare la tassa sulla proprietà della prima casa, con l’esclusione delle famiglie a reddito più basso; renderla più equa con la riforma del catasto; rimettere in campo tutti gli strumenti di lotta all’evasione

Non tutti hanno una casa, non tutti lavorano, ma tutti consumano. Per questo l’aumento dell’Iva - l’imposta che pagano i consumatori, attualmente in Italia a tre aliquote, il 4, il 10 e il 22% - è la misura più impopolare e più efficace che un ministro dell’economia possa pensare: impopolare, perché alleggerisce il portafoglio di tutti; efficace, perché ha un gettito sicuro e immediato.

Dal punto di vista redistributivo, poi, è una manovra che colpisce di più chi ha meno: poiché i più ricchi spendono di più in assoluto, ma la quota del loro reddito destinata ai consumi è minore di quella dei poveri, che finiscono per spendere quasi tutto quel che guadagnano e difficilmente mettono da parte qualcosa. È bene ricordarlo, nello stesso giorno in cui l’Istat ci ricorda che l’11,9% degli italiani vive in povertà assoluta: sono 7,2 milioni di persone, e non possono vivere solo con pane, latte e olio (i beni di “prima necessità” con l’Iva agevolata, al 4%). Ma allora perché Padoan ha ventilato la proposta di aumentare l’Iva, causando le ire del suo “ex giovane capo” (così lui stesso lo ha chiamato), Matteo Renzi, e poi ha fatto marcia indietro dopo pochi giorni?

Per molti mesi, il dibattito politico e tecnico si è concentrato su una questione: come evitare che scatti la terribile clausola di salvaguardia, scritta dallo stesso governo Renzi, che farebbe salire l’aliquota media e quella superiore dell’Iva, rispettivamente, dal 10 al 13% e dal 22 al 25%. Finché non è spuntato Padoan che ha proposto un pacchetto con una logica economica molto precisa: aumentare l’Iva e allo stesso tempo ridurre il cuneo fiscale sul costo del lavoro. Per le imprese che esportano, sarebbe una manna dal cielo: si troverebbero a vendere all’estero allo stesso prezzo (l’Iva si calcola sul Paese di destinazione) ma con costi ridotti, dunque aumenterebbero i profitti.

In sostanza, avrebbe lo stesso effetto positivo, per i conti delle imprese che esportano, di una svalutazione della moneta, che adesso non si può più fare. Non a caso una manovra del genere piace tantissimo a Confindustria, e ha avuto una apertura anche dalla Banca d’Italia, che ha chiesto ieri una “razionalizzazione” dell’Iva. L’operazione ricalcherebbe il modello seguito dalla Germania, che nel 2007 ha fatto esattamente la stessa cosa: ha aumentato l’Iva dopo aver ridotto il costo del lavoro in patria, incentivando così le sue esportazioni.

Ci si può chiedere se sia utile puntare tutto sulle esportazioni; l’Italia è in attivo commerciale, e nonostante i dati di febbraio segnalino un lieve calo la crescita tendenziale dell’export è del 2,3%.

Ma durerà? E può bastare l’export a trainare la nostra economia, a spese di una compressione della domanda interna? Infatti, l’aumento dell’Iva altro non è che una riduzione dei redditi reali, compensata (forse) dalla manovra sul cuneo ma solo per i dipendenti e solo in parte. Ponendo il tema dell’Iva Padoan ha chiesto chiaramente una scelta, ha interrotto la tattica del rinvio, e questo è un bene.

La proposta ormai è in campo, anche se il “tecnico” è rientrato nei ranghi della politica. Contrapporgli la demagogia del “meno tasse per tutti” o un inesistente tesoretto non giova a nessuno. Ma se si hanno a cuore le condizioni reali di chi ha meno, e si vogliono davvero spostare risorse dalla rendita alla produzione e agli investimenti, c’è un’altra via: ripristinare la tassa sulla proprietà della prima casa, con l’esclusione delle famiglie a reddito più basso; renderla più equa con la riforma del catasto; rimettere in campo tutti gli strumenti di lotta all’evasione (a partire dalle limitazioni all’uso del contante).

Dalle parti di Renzi obiettano che tutto ciò è troppo impopolare e fa perdere le elezioni: ma non pare che la politica dei bonus e dei rinvii finora abbia reso molto, nell’urna.

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