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Alitalia, così la nazionalizzazione si è trasformata in tabù

Separare il mercato dalla politica, nella vicenda Alitalia, è impossibile oggi come sempre nella sua storia. Dunque è irresistibile la tentazione di leggere il No al referendum sull’accordo come una manifestazione dell’onda politica globale, ossia la coda lunga dei tanti No che vincono, dalla rivolta trumpiana negli Usa all’affermazione di Le Pen in Francia, mettendoci dentro magari anche il No al referendum di Renzi. Irresistibile, in parte fondata, ma anche pericolosa: meglio distinguere e analizzare bene il merito delle questioni, cioè fare esattamente il contrario di coloro che sguazzano in quest’onda.

In effetti, nel No che ha aperto le porte all’ultimo atto della compagnia di bandiera c’è molto di quello che genericamente si chiama populismo e che sarebbe meglio definire protesta: un voto che è prima di tutto un gigantesco benservito all’élite che lo propone, che siano primi ministri, manager o sindacalisti. Non ci fidiamo di voi, e ve lo diciamo a costo di farci del male (non lo sapevano, i poveri elettori di Trump, che per prima cosa il loro beniamino avrebbe ridotto le tasse ai ricchi?). E i dipendenti di Alitalia rischiano di farsi veramente male. E c’è l’insipienza delle élite stesse, nel rinviare i problemi o gestirli male finché questi non presentano il conto (storico il tweet di Renzi del 4 giugno 2015: «Vola Alitalia, viva l’Italia»).

Ma attenzione. Quello di Alitalia non è un governo o un turno elettorale, è una vicenda sindacale, aziendale e politica con una sua storia. Parlando dell’aspetto sindacale, tutti sapevano che sottoporre a referendum un accordo di quel tipo era un azzardo: come votare su un ricatto, hanno pensato e detto molti, dato che non si presentavano alternative. Ma il mestiere di sindacalista è questo, fare accordi anche in condizioni proibitive, negoziarli fino all’ultimo minuto ma poi saperli spiegare, difendere, rivendicare a testa alta.

Cosa che i sindacati firmatari dell’accordo non sono riusciti a fare: forse perché il negoziato vero viene dopo il conflitto vero, e in casa Alitalia, come in tante aziende pubbliche e parapubbliche, per anni s’è vissuto non di conflitto ma di cogestione spuria.

L’aspetto aziendale non è di minore importanza. Tutti (o quasi) hanno benedetto i soldi degli emiri che hanno provvisoriamente salvato Alitalia dalla penultima crisi. Ma cosa aveva in mente la nuova proprietà orientale per la nostra compagnia? Gli esperti dicono che, dopo aver perso tante occasioni, non era più rinviabile la scelta di concentrarsi sul lungo raggio e trovare un alleato sulle tratte brevi o venderle. Ma più che del cambio di rotta con l’arrivo di Etihad si è parlato delle nuove castigate divise delle hostess.

Il capitolo politico è ovviamente intrecciato con i primi due, dato che è il governo che ancora ha il pallino in mano: adesso non sa come giocarlo, tant’è che ha preso qualche giorno di tempo, si spera non per preparare l’ennesimo pasticcio. Nazionalizzazione non è una parolaccia, e a volte può essere non solo l’unica soluzione ma anzi la più progressiva, quando il mercato dà così scarsa prova di sé: ma è troppo tardi, stavolta. Nessuno capirebbe perché lo Stato deve rilevare Alitalia - con i soldi dei contribuenti - e non, per dire, Almaviva o una fabbrica di frigoriferi che chiude o una di elettronica che fa la tecnologia del futuro.

Non che i problemi ce li abbia solo il governo: le opposizioni che applaudono al No, a partire dal M5S, allo stesso tempo sono pronte a sollevarsi in armi se i soldi dei contribuenti saranno toccati per ripianare i conti della compagnia. In realtà, tutti dovrebbero andare a rileggersi i giornali del 2008, e le proprie dichiarazioni quando Prodi stava per vendere Alitalia ad Air France: manovra che avrebbe salvato la compagnia a condizioni migliori, e fu bloccata da sindacati e centrodestra. Allora la storia di Alitalia avrebbe potuto prendere un’altra strada, che fu sbarrata in nome dell’italianità. Forse è ormai impossibile iniziare un’altra storia. Ma di certo sarebbe indecente farlo dimenticando quella - poco gloriosa - appena passata.

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