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Russiagate, Trump sotto indagine: non basta la politica dei tweet

La replica, come sempre, è arrivata via Twitter. Il Washington Post scrive che il procuratore speciale del Russiagate sta indagando il presidente degli Stati Uniti e The Donald di prima mattina usa lo smartphone per fare sapere agli americani la propria opinione: «State assistendo alla singola più grande caccia alle streghe della storia politica americana!». Come sempre gli capita, quando arrivano notizie sul Russiagate (gli scoop di Washington Post e New York Times sull’argomento sono ormai numerosi) Trump risponde con lo slogan, la battuta a effetto, la negazione continua. Un atteggiamento tra l’arrogante e il sarcastico che questa volta potrebbe rivelarsi un boomerang.

Se quanto cinque diverse “fonti” hanno raccontato al quotidiano della capitale è vero (e nei palazzi di Washington sono tutti propensi a crederci), Robert Mueller III ha cerchiato il nome di Donald Trump come possibile autore di un reato (ostruzione alla giustizia) considerato un peccato mortale per ogni funzionario del governo Usa, a maggior ragione per un presidente. Mueller, che ha guidato a lungo l’Fbi sia con George W. Bush che con Barack Obama, è stato nominato “procuratore speciale” a causa del coinvolgimento sempre maggiore di uomini della Casa Bianca nel Russiagate. Ed è un uomo considerato incorruttibile e al di sopra di ogni sospetto. «Hanno creato un falso collegamento con la vicenda della Russia, senza trovare alcuna prova. Ora procedono per ostruzione alla giustizia sulla base di una storia fasulla. Bene». Nel suo secondo tweet, Trump ammette implicitamente di esser indagato, ma liquida la vicenda quasi fosse un “fake”, una notizia falsa.

Nei giorni scorsi un caro amico del presidente aveva fatto sapere ai media che The Donald stava pensando di cacciare Mueller (la legge glielo permette) esattamente come aveva fatto con James Comey, dopo che il direttore dell’Fbi si era rifiutato di insabbiare sul generale Flynn (il consigliere per la Sicurezza Nazionale costretto alle dimissioni perché implicato nel Russiagate). Quando la notizia è circolata i primi a reagire duramente sono stati i leader repubblicani al Congresso («Non lo permetteremo»), cioè gli uomini che hanno in mano il futuro di The Donald.

Secondo la Costituzione americana il Congresso può avviare la procedura di impeachment nel caso di “tradimento, corruzione o altri crimini e delitti”, una formula piuttosto generica che lascia ampio spazio di interpretazione. L’ostruzione alla giustizia (regolata dal capitolo 18, sezione 1503 del codice americano) rientra certamente nella categoria “altri crimini e delitti” visto che viene definita come “ogni lettera o comunicazione che influenzi, contrasti, impedisca la legittima amministrazione della giustizia o si renda complice in tal senso”. Nel caso di Trump l’impeachment non è praticabile, per un motivo molto semplice: che deve essere votato dalla maggioranza della Camera dei Rappresentanti (218 su 435 deputati) e poi dai due terzi dei senatori (67 su 100). Con l’attuale Congresso, nonostante qualche possibile defezione tra la maggioranza repubblicana, sono numeri impossibili.

Se però il procuratore speciale ritiene che il presidente abbia commesso il reato di “ostruzione alla giustizia” per Trump il futuro diventa veramente complicato. La Costituzione lo mette momentaneamente al riparo (la Corte Suprema ha stabilito che il presidente gode di un’ampia «immunità legata alla funzione»), ma alla fine del mandato rischia di essere incriminato con la possibilità di una multa pesante ma anche della condanna al carcere fino a 20 anni. E in ogni caso le pressioni per farlo dimettere diventerebbero molto forti da parte dei vertici del Grand Old Party, che con un presidente “sotto scopa” rischiano il tracollo elettorale alle elezioni di Midterm del novembre 2018 (e magari un nuovo Congresso con maggioranza favorevole all’impeachment). Esattamente come per Nixon, costretto alle dimissioni per il Watergate per evitare l’incriminazione e il processo al Congresso.

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