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Terrorismo, la Jihad non fa vacanze

Nell’agosto del nostro oblio irrompe una Bmw che travolge e ferisce sei soldati francesi a Levallois-Perret, periferia di Parigi, dove ha sede un’istituzione particolarmente simbolica come la divisione nazionale antiterrorismo. A ricordarci che lo jihadismo non va in vacanza, anzi si nutre di ogni nostra debolezza quando vengono anche impercettibilmente meno le difese securitarie erette contro una minaccia ormai diventata endemica.

I militari fanno parte di quel corposo numero (diecimila) di professionisti mobilitati per l’operazione Sentinelle: un pattugliamento capillare delle strade di Francia deciso dopo l’attacco del Bataclan nell’ambito dello Stato d’emergenza che il presidente Emmanuel Macron si è impegnato ad abolire in autunno. Salvo inserire alcune norme restrittive delle libertà individuali in una normale legge da far approvare al Parlamento. Quasi a voler significare che la sfida del fondamentalismo islamista non è un’emergenza destinata a finire ma un fenomeno con cui convivere nel futuro scrutabile.

Il profilo dell’algerino sospettato di essere l’autore della tentata strage mostra del resto come la vigilanza debba rimanere alta a causa del mimetismo degli attentatori, dell’impossibilità di una prevenzione capace di azzerare i rischi. E tuttavia necessaria per abbassare al massimo la percentuale di riuscita degli attacchi. Non giovanissimo, 37 anni, sconosciuto alle forze dell’ordine se non per reati di criminalità comune che nulla hanno a che fare con una matrice pseudo-religiosa, cresciuto in quelle banlieue che sfornano a getto continuo disperati disposti al gesto estremo. Troppo spesso sbrigativamente liquidati come “lupi solitari” quando le indagini, a posteriori, dimostrano sempre l’esistenza almeno di un brodo di coltura in cui possono nuotare i pesci del fanatismo in un Paese che ha purtroppo rinunciato da anni ad esercitare la funzione statale in diverse aree critiche finite fuori controllo. Tempo ci vorrà perché l’autorità centrale abbia piena giurisdizione in zone dove, ad esempio, persino i poliziotti rifiutano di avventurarsi.

Non bisogna illudersi insomma che la sconfitta dello Stato islamico in Iraq e in Siria porterà come per un automatismo la fine degli attentati sul suolo europeo. L’idea del Califfato sopravvivrà finché non saranno estirpate le ragioni profonde per cui molte menti sono state attratte dalle sirene e dalle promesse di un Paradiso in terra dove essere cittadini di serie A contrariamente a quanto succede nelle terre dove si sentono ai margini.

Eppure, per uscire dal giogo del pessimismo, qualche segnale di speranza arriva persino dall’analisi dei fatti di Levallois-Perret. Come spesso nel recente passato lo jihadista (se non un aderente allo Stato islamico, a tutti gli effetti comunque uno che ne mutua messaggi e scopi) non ha potuto pianificare, per un’evidente mancanza di logistica, un attacco più efficace. E ha impiegato un mezzo di uso comune, un’automobile, come sola risorsa disponibile per offendere. Segno che stanno funzionando le attività dei servizi segreti, fino al Bataclan colte di sorpresa e impreparate al livello della sfida. Ora invece rese più edotte dalle tragiche esperienze consumate sul suolo del Paese che conta circa sei milioni di immigrati musulmani. La stragrande maggioranza dei quali perfettamente integrati. L’impegno prodotto per ridurre i danni è misurabile per paragone con quanto successo un anno fa: nel luglio del nostro oblio, il tir di Nizza fece 86 morti e 302 feriti, prima che scattasse una protezione adeguata per i grandi raduni di qualunque natura siano.

Sembra da alcuni mesi che il bersaglio prediletto siano diventati i militari, le forze dell’ordine in generale. Da aggredire se soli o in piccoli gruppi. Non è tanto per facilità di reperire le potenziali vittime (peraltro per la loro funzione sempre armate) ma perché la storia del terrorismo insegna che sparare nel mucchio su civili innocenti aliena il consenso di potenziali fiancheggiatori assai più di quando si attaccano simboli dell’esercito eletto come nemico.

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