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Slovenia e Serbia? Copiamo da loro per rilanciare l’Italia del basket

Stasera la finalissima degli Europei. Le ricette di tre califfi dell’età d’oro: Galanda, Chiacig e Mian. Coi talenti dell’ex Jugoslavia si sono confrontati da ragazzini

Quando la Slovenia con una guerra lampo (dieci giorni) alla fine di giugno del 1991 dichiarò la propria indipendenza da Belgrado, Michele Mian da Aquileia (meno di 25 km dal confine) aveva 18 anni e Giacomo Galanda da Udine ne aveva due in meno.

Già avevano messo piede nelle nazionali giovanili azzurre e, soprattutto, avevano “assaggiato” sul campo la potenza di fuoco del basket jugoslavo. Una decina d’anni dopo i due sarebbero state colonne della Nazionale di basket più vincente di tutti i tempi: oro Europeo a Parigi nel 1999, argento olimpico ad Atene. Sembra passato un secolo. Stasera per Miki e Jack non sarà una partita qualsiasi. Perché Slovenia e Serbia non può essere una partita qualsiasi. E lo sport è solo la punta dell’iceberg di una sfida meravigliosa.

I due “califfi” azzurri guardano a stasera ammaliati intanto da un giocatore. Luka Doncic. Mian: «Un fenomeno assoluto». Come marcarlo. Al “barba”, Tanjevic ordinava di togliere di mezzo la guardia più forte. «Con Doncic è una missione impossibile, avrei provato a fargli fare le cose che non voleva... non facile». Per Galanda quel ragazzo «è un diciottenne che gioca con la classe e l’esperienza di un veterano». Insomma, la simpatia va alla Slovenia per stasera. Anche se Jack precisa: «Il coach serbo Djordjevic mi ha allenato a Milano, è stato un fortitudino come me, non posso tifare per nessuno, anche se la Serbia è favorita».

Proviamo a chiedere ai due perché il basket della ex Jugoslavia ha una marcia in più e, all’istante, emergono tutte le magagne dell’Italbasket. Mian: «Gli sloveni hanno talento da vendere, e ora hanno pure una squadra compatta, i serbi hanno talento, mentalità vincente: là lo sport è importante nella società. Tutti fanno sport, ci sono palestre, istruttori di livello. In Italia? Dovremmo cominciare intanto a far fare sport nelle scuole, a creare una mentalità sportiva. A investire sugli insegnanti di Scienze motorie. Ero fuori da un asilo l’altro giorno: ho visto genitori portare i loro figli di cinque anni figli in braccio o in passeggino. Insomma, investiamo sulla mentalità».

Galanda, fino a pochi mesi fa gm a Pistoia è anche consigliere federale. In campo era giocatore intelligente, fuori anche. Non ha peli sulla lingua. «Impariamo per favore da chi ha dominato nel basket in questi anni. Dal movimento spagnolo, da quello dell’ex Jugoslavia, che dopo qualche anno di difficoltà, è tornato a produrre talenti incredibili. Costruiamo palestre, aumentiamo il livello delle giovanili. E non facciamo la guerra alle altre discipline: creiamo intanto degli sportivi, se poi un ragazzo arriva al basket, dopo aver fatto altri sport, qualche anno dopo va bene lo stesso».

Galanda era un lungo, ruolo il grande assente nell’Italbasket schiacciata dai lunghi servi mercoledì. «Intanto diamo la palla ai lunghi – spiega l’eroe della semifinale olimpica di Atene –. Lavoriamo sui giocatori sin dalle giovanili, investiamo su un ruolo, servono ore e ore di fondamentali in palestra per giocare sotto canestro. Provocazione: uno come Marjanovic siamo sicuri che in Italia avrebbe fatto strada?».

Eccolo un altro pivot super medagliato. Roberto Chiacig, classe 1974 di Merso di Sopra nelle Valli del Natisone. Confine con la Slovenia dietro casa. Con Marconato l’ultimo pivot prima dell’eclissi. Sentitelo: «Questione genetica? Macché i lunghi ci sono, basta farli giocare. Ma la Fip cosa fa? Un campionato con otto stranieri. Così non si va da nessuna parte».

Guardiamoci Slovenia-Serbia va che è meglio. Per Chiacig «Sarà una gara ad alto punteggio, favorita la Slovenia». Quella dietro casa sua.

twitter: @simeoli1972

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