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il commento 

L’inesauribile stagione delle invasioni di campo

 

Sembra strano, venticinque anni dopo Mani Pulite, parlare ancora del rapporto tra politica e giustizia in Italia. Ma le vicende di questi giorni, dai soldi della Lega al caso Consip, mostrano come il problema sia ancora irrisolto: tanto nei magistrati quanto nei partiti, tanto nella stampa quanto nell’opinione pubblica. Una questione forse drogata per troppo tempo dal coinvolgimento di Berlusconi, tanto da trasformarsi per due decenni in un referendum pro o contro di lui, e mai affrontata con maturità: come del resto tutti quei temi che infiammano la pancia dell’elettorato, su cui ogni distinguo pare un cedimento.

Quella appena trascorsa è stata una settimana davvero pazzesca, e non solo per le inchieste più fresche. Dopo un quarto di secolo, infatti, un ex ministro (Di Pietro) ha fatto mea culpa sull’uso delle manette e del giustizialismo per raccogliere voti; dopo dieci anni, un altro ex ministro (Mastella) è stato assolto dalle accuse mossegli nell’inchiesta che portò alla caduta del governo Prodi.

In un Paese maturo, assisteremmo oggi a un esame collettivo di coscienza: da parte di quei magistrati che interpretano il proprio compito come una militanza partitica, di quei leader politici che si servono delle indagini – senza aspettare le sentenze – come di un’arma contro l’avversario, di quei giornali che non fanno i giornali ma il megafono delle procure, di quei cittadini che cercano nei processi la vendetta personale contro una classe dirigente poco stimata.

Così invece non è, perché la violenza dello scontro politico ha tagliato le radici di una discussione serena: il Pd difende Renzi sulla Consip e grida al colpo di Stato da parte di apparati deviati dello Stato; la Lega che nel ’93 agitava il cappio a Montecitorio rimuove Bossi dal programma di Pontida ma contemporaneamente difende Salvini sui soldi congelati; i due leader si insultano vicendevolmente; il resto del panorama politico tace, perché fa sempre comodo avere un avversario sotto inchiesta in un Paese in cui la presunzione di colpevolezza ha preso il posto di quella di innocenza.

Con l’eccezione di Forza Italia, da sempre stretta attorno al proprio leader per evidenti ragioni di sopravvivenza, gli altri partiti avevano finora adottato la tecnica più semplice, nel caso di un’indagine: togliere di mezzo l’ingombro per motivi di opportunità. Lo stesso Partito democratico aveva generalmente preferito l’accetta al cesello: via Penati dalla Regione Lombardia, Errani dall’Emilia-Romagna, Orsoni da Venezia, Federica Guidi dal ministero dello Sviluppo Economico... per non parlare delle numerose carriere stroncate a Roma dopo Mafia Capitale. Tutte vicende poi ridimensionate o addirittura smontate, ma vissute con l’angoscia di chi sa che l’opinione pubblica non perdona: soprattutto quando (Di Pietro prima, Grillo poi) c’è chi costruisce consenso sulla disonestà degli avversari, in contrapposizione alla propria presunta limpidezza.

Se l’ex pm ha imparato la lezione venticinque anni dopo, quando ormai è fuori dai grandi giochi e forse non ha più voti da cercare, i Cinquestelle ci hanno messo molto meno. Pochi mesi fa, un’indagine portava alla sospensione dal movimento, come accadde a Nuti per le firme false in Sicilia; poi si cominciò a chiudere un occhio, con Virginia Raggi al Campidoglio e con alcuni parlamentari; oggi, per non rinunciare a Di Maio, si fa digerire alla base la candidatura a premier di un indagato.

Sia chiaro. Indagato è un termine neutro – o almeno certamente lo era, prima che il giustizialismo lo trasformasse in una parolaccia – e il cambiamento di linea dei pentastellati sarebbe un’ottima notizia, se la decisione portasse un cambio di rotta; il dubbio, però, è che si tratti solo di convenienza momentanea e che – non appena un’inchiesta riguarderà un altro partito – tutto tornerà come prima. Con una parte della politica che denuncia l’invasione di campo dei giudici e un’altra che, senza l’intervento dei giudici, non saprebbe vivere.

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