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Abusi sulle donne, serve sicurezza e dialogo

Negli ultimi giorni, si sono succedute sui giornali, le cronache di diversi casi di stupro. Gli ultimi sono quelli di Catania e di Roma: a Catania è stata aggredita percossa e violentata una dottoressa durante il turno di notte in guardia medica, a Roma ha attraversato esperienza analoga una tedesca a Villa Borghese. Ma ve ne sono stati altri, di cui si sono occupati i giornali: il caso altrettanto scabroso, avvenuto a Rimini, o quello non ancora chiarito delle studentesse statunitensi che al momento del rimpatrio hanno denunciato due carabinieri.

La questione ha incendiato il dibattito pubblico, e ha suggerito una serie di prese di posizione politiche. Quando a compiere violenza sono gli extracomunitari, l’occasione è buona per tutte le parti politiche per occuparsi di immigrazione usando, per un verso o per un altro, la violenza sulle donne come un argomento utile da asservire al grande tema della gestione dell’immigrazione. Quando invece a compiere il reato sono degli italiani, si coglie l’occasione politica qualche volta, ma in maniera immediata e facile. Matteo Salvini, per esempio – sulla sua pagina Facebook – ha tuonato giulivo: «Sveglia! Castrazione chimica, galera lavoro obbligatorio!». Per poi aggiungere «giù le mani dalle donne».

Il fantasma della castrazione chimica ritorna ciclicamente quando si parla di violenza di genere. Politicamente è considerata una proposta con una sua modesta efficacia. Fa sentire chi lo pronuncia vicino alle vittime, arrabbiato e quindi protettivo, dedito davvero alla risoluzione del problema, inoltre l’idea di procurare una conseguenza fisica all’aggressore, che ne demolisca la sua capacità sessuale, sollecita oscuri revanchismi privati, tra maschio e maschio.

La castrazione è infatti, un grande oggetto simbolico, dal mondo mitologico a quello onirico l’evirazione del maschio dominante è un’immagine che ritorna, e certi elettori come certe elettrici si ritrovano un’immagine simbolica di riscatto servita su un piatto d’argento.

Tuttavia – pur volendo lasciare da parte le considerevoli istanze morali che potrebbero rendere perplessi – si tratta di un soluzione seducente, ma non particolarmente risolutiva nel contrastare il fenomeno. Il reato di violenza sessuale viene solitamente perpetrato sulla scorta di un’organizzazione psicopatologica, che può avere nella cultura condivisa – a seconda dei contesti culturali – diversi livelli di rinforzo, ma che comunque, non viene scoraggiato dall’entità della minaccia. In generale, questo è assodato, l’entità della pena è un modesto deterrente nella intenzione di reato. Chi delinque è fuori dalla norma, oppure le è antagonista. La norma anche pericolosa non comanda su di lui.

Servirebbero piuttosto delle politiche di sicurezza per la cittadinanza che fossero meno nominali e più reali e che dimostrassero una reale intenzione a voler risolvere il fenomeno.

Servirebbe – per esempio – un sostegno maggiore alle forze dell’ordine nella loro presenza sul territorio a garantire la sicurezza dei cittadini nel rispetto delle sufficienti norme vigenti, e dall’altra parte un lavoro di prevenzione e di screening pubblico per esempio nelle scuole, per individuare i profili di personalità più a rischio. Una politica di questo genere, darebbe risultati più tangibili, anche perché proporrebbe un modo ideologico diverso di trattare la violenza di genere e il problema della sicurezza delle elettrici: più come qualcosa da risolvere davvero e verso cui si ha una materiale intenzione a contenere e a sanzionare, che qualcosa di cui si parla tra maschi come argomento, ma non come fine.

Certo costa troppo. La castrazione chimica invece è economica quanto inefficace.

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