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Bossi escluso da Pontida e salvato da Berlusconi

L’opinione

Povero Bossi, se così si può dire di un leader condannato e confiscato per truffa ai danni della Repubblica. Lo ha travolto un Tir guidato da un tesoriere della Lega più attento alla Tanzania che alla Padania.

Lo ha sopraffatto un ictus che gli ha strozzato in gola il ruggito di cui era maestro inarrivabile. E un’altra “bastonata” gliel’ha rifilata Matteo Salvini negandogli la scena di Pontida, sua prima casa. L’ho salvato dai fischi, dice il segretario. Per non perdere la patente di Senatur, il padre del Carroccio aspetta che qualcuno lo ricandidi. Probabilmente lo farà il nemico-amico che lui chiamava Berluskaiser. Salvate il soldato Bossi, un re senza regno: Silvio ci sta pensando. E magari, ma non possono dirlo, ci pensano anche i Cinquestelle.

«Io non so che dire: a me un tipo così, un po’ filibustiere e un po’ cavernicolo, è simpatico. Ma non riesco a prenderlo sul serio», scrisse una volta Indro Montanelli. E questo alone di simpatia aleggia ancora, inspiegabilmente, attorno al personaggio che ha riempito di sé una stagione politica. Forse perché agli italiani piace il tribuno sanguigno e un po’ sbruffone: Grillo ha seguito una scuola. Forse perché Bossi appare più ingenuo che furbo. A lui bastava declamarla in pubblico quella piccola patria battezzata Padania, mentre a Roma pensavano che volesse “rompere lo Stato”, che ne avesse davvero la forza.

Macché. Dalla bocca del cannone, alla fine, usciva sempre un fazzoletto bianco. E invece il suo popolo si aspettava, se non il sibilo di una palla, almeno il baluginare di una baionetta perché tra tante smargiassate qualche buona idea frullava nella testa del generale.

Prima occasione persa: costruire un vero partito dei produttori del Nord e di quanti lavorano nelle loro fabbriche. Umberto cacciò dalla sua corte uomini di pensiero che potevano tradurre in riforme le sue scomposte intuizioni. Aveva trovato un professore, Gianfranco Miglio: lo liquidò definendolo “scoreggia nello spazio”. Secondo errore: la Lega degli anni ’90 aveva ai suoi piedi, accanto a macchiette con le barbe verdi e le corna da vichinghi, larghe fette della borghesia lombarda e veneta.

Se non avesse peccato di egocentrismo l’Umberto sarebbe diventato il capo di un movimento autenticamente federalista e – per quei tempi – coraggiosamente europeista. Infine, nella conta delle responsabilità, i sensi di colpa di un padre che con la “family” non è stato particolarmente fortunato. Quando piovevano processi su Renzo detto “il Trota”, per qualche tempo consigliere regionale, ci disse: «Ha fatto bene Berlusconi a tenere i figli fuori della politica».

Spezzoni dell’ex Cerchio magico tentano di ridare un tetto al Visconte dimezzato di Gemonio: è nato un movimento che si chiama “Grande Nord”, l’idea è di prendere le distanze da un Salvini che s’è montato la testa quest’estate in un giro elettorale nel Regno delle due Sicilie. Il segretario leghista di oggi pare più vicino a Madrid che a Barcellona, agli statalisti che ai secessionisti. Ma l’impressione è che Bossi non abboccherà. Del Senatur, che ha appena compiuto 76 anni, si può parlare ormai in una dimensione storica.

Non v’è dubbio che egli sarà tra i pochi, a essere citato nei libri dei posteri. Tanti leader in questi anni: tutti costruiti a fatica e bruciati in un amen o dalle inchieste dei giudici o dall’iconoclastia fratricida. Seppure rovinato processi, Bossi non uscirà dall’immaginario collettivo. Migliaia di elettori erano disposti a lasciarsi affascinare dai suoi cartoni animati, la mano sul cuore sulle note del Va’ Pensiero, l’ampolla con l’acqua del dio Po, il pifferaio magico che afferrava rospi dagli stagni della sua terra e li trasformava in ministri e direttore della Rai. Fenomeno irripetibile. Se non politico, di costume.

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