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Catalogna, le grandi aziende in fuga per paura della secessione

Timori per l’economia, allarme del Fondo monetario internazionale. Madrid si scusa per le violenze, ma vara decreto per agevolare l’esodo. Il ministro dell'Impresa catalano lancia un appello al "cessate il fuoco" per fare spazio a una mediazione. Martedì 10 ottobre il presidente Puigdemont riferisce al parlamento di Barcellona

ROMA. Una dopo l’altra le grandi banche e le aziende abbandonano la Catalogna per trasferire la sede legale in un luogo sicuro, con un effetto domino allarmante che dopo gli inutili appelli al dialogo dei giorni scorsi sembra ricondurre tutti gli attori della crisi catalana a più miti consigli. Dove la politica finora ha fallito, sembrano avere effetto i timori di un terremoto economico e finanziario. Il Fondo monetario internazionale conferma l’allarme: «Se le tensioni politiche in Catalogna si prolungassero, potrebbero minare la fiducia in investimenti e consumi», un disastro per la ricca economia catalana.

Il segnale peggiore arriva da Caixabank, il primo istituto bancario catalano, il terzo in Spagna, che decide di spostare la sua sede da Barcellona a Valencia (dopo una ipotesi Baleari), decisione di enorme valore simbolico, perché CaixaBank è il principale attore finanziario della regione e con la sua fondazione controlla l’economia locale. Ma l’elenco di chi ha scelto di andarsene – agevolato anche dal decreto di Madrid che agevola il trasferimento delle sedi sociali delle aziende – comincia a diventare pericolosamente lungo: alla banca Sabadell si sono aggiunti Gas Natural, il produttore di Cava (spumante), Freixenet e Service Point (servizi), Dogi (tessile) Oryzon (biotecnologia) e Eurona (telecomunicazioni). Una lista a cui potrebbe aggiungersi il colosso autostradale Abertis.

La situazione è fluida. Dopo giorni di muro contro muro, l’incertezza sull’esito di una dichiarazione di indipendenza sembra far frenare la corsa alla secessione, mentre anche da Madrid arrivano segnali distensivi, con il prefetto spagnolo in Catalogna, Enric Millo, che chiede «scusa a nome degli agenti» per le violente cariche della polizia ai seggi per il referendum di domenica scorsa, pur ribadendo le responsabilità della Generalitat. Per fare chiarezza sugli scontri arriva anche un atto inevitabile dopo la denuncia del governo catalano: un giudice di Barcellona ha aperto un’inchiesta sull’operato della polizia in 23 seggi nei quali sono rimaste ferite 130 persone.

Il governo spagnolo lancia un nuovo appello al presidente catalano Carles Puigdemont perché «torni alla legalità». «Nella legalità si può dialogare» dice il portavoce dell’esecutivo Inigo Mendez de Vigo, che in una conferenza stampa sollecita il governo autonomo a indire elezioni regionali «perché si sani questa frattura» con un voto che confermi o neghi la guida della Generalitat alle forze indipendentiste.

Puigdemont, al momento, tira dritto, mentre i partiti indipendentisti Cup e Junts pel Sì lavorano a una dichiarazione d’indipendenza che vogliono sia adottata martedì 10 ottobre, forti del risultato del referendum, ufficializzato ieri: il sì ha vinto con il 90,1% dei voti, il 7,8% ha votato contro, con un’affluenza alle urne del 43%. Un risultato contro cui manifesteranno domani i cittadini contrari all’indipendenza, la «maggioranza silenziosa» chiamata in piazza dall’organizzazione unionista Società civile catalana.

Dopo lo stop della Corte costituzionale alla seduta del Parlament in cui lunedì avrebbe potuto essere proclamata l’indipendenza, martedì è il giorno in cui Puigdemont interverrà alla seduta del parlamento di Barcellona per «informare sulla situazione attuale». Ma dal suo governo arriva, attraverso il ministro dell’Impresa Santi Villa, la richiesta di un «cessate il fuoco» che permetta una mediazione per «fermarsi a ragionare) ed «evitare decisioni irreparabili». Dopo il Vaticano, si parla ora di un possibile coinvolgimento della Svizzera, dell’ex-premier José Maria Zapatero e dell’ex presidente americano Barack Obama).

Frena anche un indipendentista convinto come l’ex presidente catalano Artur Mas: «La Catalogna non è ancora pronta per una vera indipendenza» afferma. «Abbiamo ancora pochi giorni per evitare il disastro – dice il leader di Podemos Pablo Iglesias – Con la dichiarazione di indipendenza e la predibile durissima reazione del governo centrale la Spagna potrebbe trasformarsi in una Turchia dentro la Ue». Il premier Mariano Rajoy ne è consapevole e continua a resistere alle pressioni di Ciudadanos perché sia avviata subito la procedura prevista dall’articolo 155 della Costituzione che consentirebbe di sospendere l’autonomia catalana.

Nessuna misura è stata disposta neppure nei confronti del capo dei Mossos d’Esquadra, la polizia catalana, Josè Lluis Trapero, accusato di sedizione, con l’intendente Teresa Laplana e con i leader delle due principali associazioni indipendentiste catatalane, Anc e Omnium, Jordi Sanchez e Jordi Cuixart. I quattro indagati sono stati ascoltati ieri a Madrid all’Audiencia nacional spagnola dal giudice Carmen Lamela. Cuixart si è avvalso della facoltà di non rispondere, Sanchez ha delegato il suo avvocato.

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