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FORMULA1: L’INTERVISTA

Barrichello: «Ferraristi abbiate fede, la Rossa sta crescendo. Gli errori? Ci stanno...»

L’ex pilota di Maranello: «Fra i nuovi mi piace Verstappen, Schumacher? di questo preferisco non parlare»

Il record è suo. E non sarà facile portarglielo via. Rubens Barrichello, con i suoi 326 Gran premi disputati in carriera, è il pilota ad averne corsi più di tutti. In oltre 100 di questi era al volante di una Ferrari e ciò ha fortificato ulteriormente il legame del brasiliano con l’Italia, già solido per le origini venete: i suoi nonni partirono infatti da Treviso per emigrare in Sudamerica. Oggi, a 45 anni, dice ancora la sua sulle piste di tutto il mondo.

Una passione senza fine la sua.

«Sono ancora competitivo. Peso soltanto due chili in più di quando correvo in Formula 1: non so se sia più faticosa adesso di un tempo, ma il gene della velocità l’ho ancora in tutto il corpo, quindi non credo che andrei piano».

Allora si candida per un abitacolo per il prossimo anno?

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«No, (sorride, ndr) però sono contento che il mio record stia reggendo. Pensavo che Jenson Button (a quota 306, ndr) potesse scavalcarmi e invece si è ritirato. Della Formula 1, comunque, c’è soltanto una cosa che non mi manca: la politica».

Lei si sta divertendo molto anche in altre competizioni.

«È vero, con le stock car per esempio. E poi quest’anno mi sono tolto la soddisfazione di correre per la prima volta la 24 Ore di Le Mans: mi hanno definito il “rookie” più esperto del mondo. E come dimenticare i go-kart?».

Ci racconta come li ha riscoperti?

«Il merito è dei miei figli, Eduardo, 16 anni, e Fernando, 12. Tutti e due gareggiano sui kart e per me guardarli correre era un misto di orgoglio, emozione e soprattutto paura. Quando hanno corso la prima volta ho pianto per tutto il tempo e ho creduto fosse meglio rimettermi in gioco anche io, così ho altro a cui pensare nei week-end di competizione».

Hanno un cognome importante, è un aspetto che li condiziona?

«Il più piccolo non si fa alcun problema, al più grande un pochino pesa, soprattutto adesso che sta crescendo. Però sono due ragazzi eccezionali, hanno il cuore grande. Se vorranno fare i piloti io li appoggerò, ma non li voglio aiutare più di tanto: per arrivare ad alti livelli dovranno sforzarsi e tirare fuori tutto da loro stessi. E di sicuro i kart rappresentano un’ottima palestra. Non è obbligatorio partire da lì, ma se lo fai sei avvantaggiato».

Da quest’estate circola un video in cui lei, seduto in auto al fianco di Eduardo, piange come un bambino per l’emozione mentre suo figlio guida in maniera impeccabile.

«È stato un momento bellissimo, che mi ha riportato indietro di tantissimi anni. Quelli in cui mio papà faceva tanti sacrifici per darmi la possibilità di diventare un pilota. Non sono proprio riuscito a trattenere le lacrime».

I tifosi della Ferrari la fermano ancora per strada.

«Di recente ho portato i miei figli a Maranello perché potessero conoscere la storia di questa grandissima azienda. Sono molto orgoglioso di avere corso per la Rossa. E oggi mi fa tanto piacere incontrare di persona la gente che per 19 anni mi ha visto in Formula 1 e però, magari, non riusciva neanche ad avvicinarsi. Ora sono molto più tranquillo e posso abbracciare tutti a uno a uno e ringraziarli per il sostegno che mi hanno dato in quegli anni. In Brasile e in Italia, soprattutto».

Tra i tifosi del Cavallino Rampante c’è un po’ di delusione per un titolo che sembra sfuggire ancora una volta.

«Secondo me devono avere fiducia ed essere contenti dei miglioramenti mostrati dal team negli ultimi anni. È una macchina competitiva, lo vedi già dal venerdì che Sebastian Vettel e Kimi Raikkonen sono lì a lottare con i migliori. Poi può succedere che una candela ti tradisca, come successo nel Gran premio del Giappone: nessuno lo avrebbe voluto e invece è capitato, ma non va fatto un dramma».

Fra le nuove leve in Formula 1 chi l’ha colpita di più?

«Max Verstappen è impressionante, ma adesso sono molto curioso di vedere come se la caverà Pierre Gasly, che ha esordito con la Toro Rosso a Suzuka. Va però aggiunto un dettaglio».

Dica.

«Adesso già da ragazzini sono molto più preparati, sanno già come devono comportarsi in pista perché già la conoscono, grazie al simulatore. Ne ho comprato uno a Eduardo, un modello non particolarmente sofisticato: meno male che c’è la scuola, sennò passerebbe la giornata attaccato a quell’attrezzo. E con lui pure suo fratello minore».

Quando correva lei invece…

«Ti dicevano: benvenuto ad Adelaide (dove si correva il Gran premio d’Australia, ndr), quella è la pista. Si accomodi. E ti conveniva imparare subito, sennò andavi a sbattere. E non eri seduto sul divano».

Si parla spesso di un possibile ritorno di Robert Kubica in Formula 1.

«Mi farebbe molto piacere, perché è un bravissimo ragazzo, oltre a essere un grande pilota. E poi sono per me un bellissimo ricordo le serate passate a giocare a poker con lui e Schumi».

Michael Schumacher: quanto è stato difficile per lei essere suo compagno di squadra?

«Di questo preferisco non parlare». (e lo sguardo tradisce mille emozioni)

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