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IL COMMENTO 

Il calcio e le infinite complicità con gli apostoli dell’odio

C’è molto peggio di un adesivo con la faccia di Anna Frank e la maglia della squadra rivale. Ed è che molti fra quelli che hanno attaccato quell’adesivo non sappiano neanche chi sia Anna Frank, che il mondo dell’italico pallone sia fin troppo connivente, per non dire accondiscendente, con una congrega di ignoranti dispensatori di ignoranza. E, per finire, che la politica si accorga di questa melma solo quando esce il peggio. Nel frattempo, sonno profondo

C’è molto peggio, nel mondo del calcio e non solo, di un adesivo con la faccia di Anna Frank e la maglia della squadra rivale. Ed è che molti fra quelli che hanno attaccato quell’adesivo non sappiano neanche chi sia Anna Frank, che il mondo dell’italico pallone sia fin troppo connivente, per non dire accondiscendente, con una congrega di ignoranti dispensatori di ignoranza. E, per finire, che la politica si accorga di questa melma solo quando esce il peggio. Nel frattempo, sonno profondo.

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L’utilizzo della parola ebreo come offesa è purtroppo stato “assolto” anche in tribunale, scortato anche da metaforiche spallucce dell’informazione che – fortunatamente con lodevoli eccezioni – talvolta tende a far comunella con la pancia dei peggiori. La storia è del febbraio scorso. Uno dei giudici per le indagini preliminari di Roma, Ezio Damizia, ha archiviato l’accusa di odio razziale contro due ultrà laziali denunciati per aver intonato, nel 2013 durante Lazio-Catania, il coro “giallorosso ebreo”. Per il giudice, quella era «un’espressione confinabile nell’ambito di una rivalità di tipo sportivo. Mera derisione sportiva». L’immediata e quasi isolata indignazione era sfociata in una lettera della presidente della Comunità ebraica di Roma, Ruth Dureghello, al ministro della Giustizia, Andrea Orlando. Risultato concreto? Molto meno di niente.

Va anche detto che l’uso della parola ebreo a mo’di offesa non è purtroppo esclusiva dei tifosi laziali. Quelli della Roma, nel 2006 durante la sfida con il Livorno, esposero lo striscione “Lazio-Livorno, stessa iniziale stesso forno”. Frasi simili anche nel 2016 a Montecatini contro i tifosi del Viareggio e in tante altre piazze. E per chi prova a raccontare arrivano randellate social. Ad esempio sulla pagina Facebook “Curva Nord Lazio” da lunedì si legge: «Quando parlate di noi sciacquatevi la bocca. Siete il male della Lazio. Giornalisti terroristi».

Loro, gli apostoli dell’odio, pretendono di poter derubricare tutto a goliardia. Lo fecero anche lo scorso maggio, dopo il derby vinto con la Roma, quando appesero dei manichini impiccati con la maglia giallorossa sotto un cavalcavia a due passi dal Colosseo. Poche ore dopo rivendicarono con orgoglio: «Meravigliati e stupiti da tanta ottusità, dal sensazionalismo misto all’allarmismo che anima il giornalismo italiano». Subito spalleggiati a sorpresa dal calciatore giallorosso Daniele De Rossi: «Bisogna capirle le cose. Non possiamo andare ogni partita sotto la curva, fare gesti e pretendere che non rispondano mai. Starà a loro la prossima volta fare qualcosa di più divertente».

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Se ancora serviva, ecco la prova provata che il calcio produce molto spesso truciolato al posto dei neuroni. Dispiace dirlo, ma è così. Il presidente della Lazio, Claudio Lotito, ieri ha tentato di rimediare con una visita in sinagoga dai toni imbarazzanti, ma era stato lui ad aprire l’altra curva per ospitare gli abbonati di quella squalificata per razzismo, di fatto vanificando quel poco che la Federcalcio prova a fare dopo un tentativo di pugno di ferro frenato dalle stesse società. Poco più che acqua fresca come i libri che saranno regalati ai bambini mascotte e all’immagine di Anna Frank sulle maglie della Lazio.

Va detto. È stata fatta ben poca strada rispetto al baratro in cui il nostro calcio sprofondò nel 1989, quando l’Udinese ingaggiò Ronny Rosenthal, attaccante israeliano con più di cento gol alle spalle. L’affare sfumò perché su un muro apparve la scritta “Rosenthal vai nel forno”. Firmato “Htb”, acronimo di Hooligans teddy boys, sigla teppistica del mondo ultrà. Al momento delle visite mediche Rosenthal fu bocciato ma non aveva niente di quanto contestato, un problema a una vertebra: così andò al Liverpool e continuò a far gol a raffica. Rosenthal ha poi chiesto i danni all’Udinese vincendo la causa.

Da allora, purtroppo, intorno al calcio impera il cretinismo fra sentenze accomodanti, cori pro Vesuvio, Heysel o Superga e ultrà che insistono nell’opera di disprezzo: gente da spazzare via dagli stadi. Invece, solo indignazione di facciata. Per qualche ora fino alla prossima volta.

twitter: @s_tamburini

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