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La pensione è sempre più lontana

Cresce l’aspettativa di vita, dal 2019 l’età per lasciare il lavoro sale a 67 anni. E i sindacati protestano

ROMA. In pensione a 67 anni. L’Istat conferma che l’età media degli italiani si è alzata e dal 2019 si andrà a riposo 5 mesi più tardi rispetto a oggi, quando bastano 66 anni e 7 mesi. Nulla da fare, insomma, per chi confidava in uno stop dell’adeguamento automatico dei requisiti legati alle aspettative di vita. I sindacati, che da mesi pressano il governo per mantenere lo status quo, dovranno farsene una ragione. A meno che la nuova legislatura non porti un vento nuovo capace di cambiare le carte in tavola. Come ha spiegato Giuliano Poletti: «I tempi per il parlamento o per le forze politiche che vogliono intervenire ci sono» ha spiegato il ministro del Lavoro, aggiungendo che «essendoci un anno di tempo abbondante davanti ci sono i tempi per una discussione su questo tema». Insomma l’esecutivo Gentiloni, ormai a fine corsa, non intende aprire un dossier così scottante.

D’altronde congelare l’età pensionabile avrebbe un costo insostenibile per le casse dell’Inps: 141 miliardi a regime. E dunque ora l’Ape social resta la sola opzione per andare in pensione gratis prima del tempo. Oppure per le donne, come prevede la legge di bilancio: 6 mesi di anticipo per ciascun figlio ma fino a un massimo di due anni. Per tutti gli altri lavoratori prossimi a mettere le mani sull’assegno di vecchiaia, fra poco più di 14 mesi i tempi, si allungheranno. Il dato pubblicato dall’Istat, che segna un aumento di 5 mesi della speranza di vita a 65 anni tra il 2013 e il 2016 farà sì che l’età per la pensione di vecchiaia per uomini e donne arrivi a 67 anni nel 2019, mentre i contributi necessari per l’uscita anticipata arriveranno a 42 anni e tre mesi (43 anni e tre mesi per gli uomini). Le donne dipendenti private che nel 2017 escono ancora a 65 anni e sette mesi, dal 2018 avranno un nuovo incremento di un anno, raggiungendo la parità per l’uscita con la pensione di vecchiaia con gli uomini. Rispetto al 2010 l’aumento per le donne è di 7 anni.

Da quasi un decennio in Italia l’età pensionabile è collegata automaticamente all’aspettativa di vita. La regola è stata stabilita nel 2009 ed è stata poi rivista negli anni, passando per il “Salva-Italia” di Monti-Fornero del 2011. Il meccanismo è efficace per tutti i lavoratori, sia privati che pubblici, e l’aggiornamento è previsto ogni tre anni e dal 2019 ogni due. Si può adeguare solo al rialzo, non vale il contrario: se cala la speranza di vita, l’età per la pensione di vecchiaia non scende. «Fino al primo gennaio 2019 non cambia niente: valuteremo se ci sono miglioramenti da fare alle regole, al modo in cui l’aumento dell’età viene calcolato» ha detto il ministro della Coesione territoriale, Claudio De Vincenti. Una mezza apertura, niente affatto sufficiente a placare l’inquietudine dei sindacati. «Non tutti i lavori sono uguali, il governo mantenga fede agli impegni assunti» hanno protestato Cgil, Cisl e Uil. I sindacati chiedono il blocco dell’adeguamento all’aspettativa di vita e l’avvio del confronto per una modifica dell’attuale meccanismo. Intanto è attesa per oggi la decisione della Consulta sulla costituzionalità del decreto Poletti in tema di rivalutazione dei trattamenti pensionistici. I giudici hanno calcolato che un’eventuale bocciatura del provvedimento di due anni fa che ha rimborsato solo in parte i soldi persi dai pensionati nel biennio 2012-2013 costerebbe 30 miliardi alle casse dello Stato.

©RIPRODUZIONE RISERVATA


 

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