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Così le tigri asiatiche cambiano il mondo

L'opinione

Dalle gelide acque del Pacifico settentrionale non arrivano solo cattive notizie. Certo, mare e cielo sono attrezzati a spaventare il mondo con il loro luna park nucleare. Manco a dire che i personaggi coinvolti in questa assurda carica verso il nulla, essendo nulla o poco più anche loro. Il coreano Kim Jong-un ricatta l’occidente con il suo modesto apparato atomico, al solo scopo di venire accolto nel club delle potenze capaci di frantumare l’atomo. Altro giocatore di poker della regione è il premier nazionalista giapponese Shinzo Abe.

Con la scusa dell’atomico di Pyongyang vuole l’atomica anche lui; inoltre pretende una modifica alla Costituzione “pacifista” imposta ai samurai dagli americani, dopo la seconda guerra mondiale che finora ha tenuto il suo Paese lontano dalle ricorrenti incursioni veramente barbariche e indimenticabili riservate da lui alle nazioni continentali.

Ma è da qui, dalla principale regione continentale, che ovviamente è la cinese coi suoi 7 miliardi di uomini, che arriva una buona notizia. Il XIX congresso del Partito comunista riunito fin dal giorno 18 ha riconfermato Xi Jinping capo supremo, spingendosi oltre sulla strada della canonizzazione di questo personaggio che a 64 anni sembra onorato e riverito almeno quanto il fondatore Mao Zedong, se non più. Ma da dove arriva questo “uomo della provvidenza”? Intanto sappiate che “nascere bene” in Cina è come dappertutto nel mondo. E infatti Xi, figlio di un compagno di Mao nella leggendaria Lunga Marcia, si iscrisse «da giovane alla direzione del partito»: una battutaccia che Giancarlo Pajetta riservava a molti giovani cresciuti troppo in fretta nel gioco del potere. Non applicabile a Xi, però: pare che durante la Rivoluzione culturale obbedì quando gli imposero di andare a respirare l’aria di campagna, portandosi appresso due valigie piene di libri che i suoi compagni contadini ancora ricordano.

Erano volumi che leggeva di notte, dopo aver spalato per tutto il giorno la sua dose di letame. C’erano libri di Hemingway, tutto Victor Hugo, e l’inevitabile Capitale, che lui – dicono – lesse per tre volte. Tornato in città, invece di darsi alla pazza gioia come molti reduci coetanei, grazie alle conoscenze del padre che come i militanti di un certo rango frequentava la “borghesia rossa” si diede da fare per ottenere riconoscimenti utili alla carriera politica, unico mestiere cui aspirava.

Non gli ci volle molto per diventare popolare. La sua battaglia personale più importante fu quella contro la corruzione che infangava il volto del regime. Nei primi cinque anni ha punito 1,34 milioni di piccoli burocrati 280 funzionari di alto livello, inguattati ai vertici dei ministeri. Non solo questo. Si è presentato in pubblico con la mimetica dei soldati, per sottolineare l’importanza da lui affermata a una riforma miliare che metta le forze armate al passo coi tempi. Ha stupito il mondo quando a Davos ha difeso la globalizzazione dagli attacchi di Trump, con un discorso in cui gli sarebbe toccato il ruolo di Trump, non quello di un incallito sponsor della libertà nei commerci internazionali.

Certo, sciocchezze ne avrà fatte anche lui. Ma il partito è schierato a riccio sul suo segretario, il cui pensiero, “lo xiismo” potrebbe domani venire inserito in Costituzione, omaggio riservato solo a Mao. Del fondatore ha le cariche tradizionali, ma a renderlo più apprezzato dalla società civile, il vertice ha riservato per lui il ruolo di “hexin” che significa più o meno “nucleo centrale cuore del partito” e “lingxiu”, che fu solo di Mao ed evoca la capacità spirituale dell’uomo che tuttavia, pur non essendo un populista, si fa chiamare dai media “xi dada” “Zio Xi” e si fa vedere mentre mangia ravioli qualunque in una trattoria fra la gente qualunque di una qualunque friggitoria di quelle che circondano la città rossa del potere pechinese.

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