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Crisi iberica fuori controllo, rischia tutta l'Europa

Si avvita la crisi iberica. La decisione del Parlamento di Catalogna di proclamare l’indipendenza come risposta al commissariamento della regione autonoma da parte del governo centrale e l’avvio, da parte dell’esecutivo, delle procedure previste dall’articolo 155 della Costituzione, getta la Spagna in una crisi dagli sbocchi imprevedibili.

Il governo di Madrid ha, infatti, assunto le funzioni e le competenze del presidente della Generalitat. Insieme al “governatore” Puigdemont sono stati destituiti tutti i suoi “assessori”, oltre che il capo della polizia locale, i Mossos d’Esquadra, Trapero.

Il Parlamento catalano è stato sciolto e Rajoy, che pure come leader del Partito popolare ha la responsabilità di aver messo in discussione quell’autonomia regionale spinta che i catalani avevano ottenuto dal governo socialista di Zapatero, è divenuto, per effetto del commissariamento, il nuovo presidente della Catalogna. Anche se poi ha delegato tali funzioni a Soraya Saenz de Santamaria, ministro degli affari regionali e donna forte dell’esecutivo.

Ovviamente nessuna di queste misure, previste dalla Costituzione, può essere accettata dalle leadership catalaniste che, dopo la dichiarazione d’indipendenza, non riconoscono più alla Spagna alcuna legittimità a legiferare nel territorio di quello che si vuole ormai un altro Stato. Due diverse legittimità, che non si riconoscono, sono di fronte. Una situazione che può sfociare, se non in una guerra civile, certo in gravi tensioni di piazza.

Che accadrà, infatti, quando verranno notificati i provvedimenti di destituzione e gli uomini di Madrid prenderanno possesso della Generalitat e delle sedi istituzionali dell’autonomia catalana? È probabile che gli indipendentisti più oltranzisti, di destra e di estrema sinistra, cerchino di impedire un passaggio di consegne niente affatto simbolico anche se Puigdemont fa appello a una opposizione democratica contro Madrid. La via gandhiana, le mobilitazioni pacifiche e la disobbedienza civile di massa invocate dal deposto leader catalano, potrebbe cedere il passo, sotto la pressione degli eventi, a una violenza che qualcuno può ritenere levatrice di nuove forme di lotta. Anche perché Madrid non scorda certo che l’ex-presidente della Generalitat e gli altri leader istituzionali indipendentisti sono a rischio giudiziario per sedizione.

Quanto a Rajoy, ha sciolto il parlamento della Catalunya e indetto le elezioni per il 21 dicembre: ma in che condizioni avverrà il ritorno alle urne in questo drammatico inverno dello scontento nella “terra dei castelli”? Madrid non potrà certo escludere dalla competizione i partiti indipendentisti: una simile clausola, nata per sbarrare la strada alle formazioni basche vicine all’Eta, non potrà essere applicata nei confronti dei catalanisti.

Ma, dopo la risposta del governo centrale è probabile che il consenso premi proprio quei partiti piuttosto che quelli unionisti come i popolari, i socialisti e i centristi radicali di Ciudadanos. Nonostante la spaccatura della società locale, gli indipendentisti potrebbero uscire rafforzati dal voto: la spirale della crisi si alimenterebbe ulteriormente.

A meno che Madrid punti sulla paura e lavori apertamente per esacerbare il conflitto nel tentativo di dimostrare ai cittadini della Catalogna il vicolo cieco in cui li hanno condotti gli avventuristi indipendentisti che, pur privi di appoggi internazionali e di una strategia realista, non hanno esitato a giocare le loro carte con il referendum. La delega alla Saenz de Santamaria, fautrice della linea dura nei confronti di Barcellona e assai invisa ai catalanisti, lascia presupporre una simile opzione. In ogni caso una situazione difficile, foriera di generare conseguenze più vaste, dentro e fuori la Spagna.

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