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Pd, la fatica di ricostruire una comunità lacerata

Il Pd renziano ha una vocazione ferroviaria che nasce ben prima del convoglio “Destinazione Italia” che sta toccando le provincie italiane in queste settimane. Visto dalla Stazione Leopolda, nel novembre 2010 il sindaco di Firenze sembrava filare come un treno verso la “Prossima fermata Italia”, come lui e Pippo Civati avevano chiamato la prima convention di quanti volevano scalare il vertice del partito. Per rottamarlo. Visto oggi dal padiglione delle locomotive a vapore della Stazione di Pietrarsa affacciata sul golfo di Napoli, il segretario-ex premier sembra piuttosto obbligato a doversi impegnare per non finire sotto un treno, come invece molti dei presenti alla Conferenza Programmatica Nazionale “Italia 2020” temono e, di certo, qualcuno gli augura.

All’osservatore superficiale appaiono parecchio simili l’organizzazione e i tempi dei due eventi separati da sette anni tumultuosi. I tavoli tematici, gli interventi brevi e sempre centrati su temi specifici, i panel senza fronzoli, la scenografia minimalista, il tavolo della presidenza che dà la parola, twitta e chatta tendono a offrire un’immagine positiva del dibattito nel partito. Sono i sentiment – “...l’opinione o l’idea (collettive) basate sulla sensazione rispetto a una situazione”, è la definizione del Cambridge Dictionary – a risultare contrapposti tra Leopolda 2000 e Museo Ferroviario 2007. Paradossalmente, non delude il sentiment degli organizzatori, a cominciare dal ministro Maurizio Martina, vicesegretario del Pd: se i ragazzi della Leopolda si preparavano a partire per un lungo viaggio con bagagli leggeri, ma imbottiti di buoni argomenti, adesso i vertici renziani e quanti si sentono loro vicini provano a condividere le ragioni per le quali il futuro del partito sarà, dicono, meno nero di come lo si dipinge. Appigli saldi li porta Marco Minniti, che chiarisce cosa significhi governare fenomeni complessi come l’immigrazione, argomenta perché si debba approvare la legge per lo ius soli prima della fine della legislatura, racconta come le elezioni si vincano puntando sulla credibilità e sulla passione. Ne offre uno dei più preparati giovani innovatori digitali, Diego Ciulli di Google, secondo il quale le aziende e il Paese avranno conti in attivo solo se investiranno. Lo stesso fa la sottosegretario Teresa Bellanova, che indica le misure che stanno riducendo il gap di genere nel mondo del lavoro, a cominciare da dove il precariato prevale.

Il sentiment che stupisce è quello che si percepisce dopo qualche ora trascorsa con chi ascolta in platea o fa la coda per i panini e i caffè nella vastissima area davanti alle vecchie officine FS. La maggioranza di quanti dovrebbero appassionarsi alle proposte programmatiche, discutendole e facendole proprie, è piuttosto interessata a indovinare come il partito uscirà dalle elezioni politiche, con quanti posti in Parlamento e, di conseguenza, con quale potere reale. Oppure fa resoconti in tempo reale delle lotte intestine a livello locale o regionale, disinteressandosi dei temi sviluppati sul palco. O, ancora, cerca d’intuire a quale leader interno conviene avvicinarsi per avere più possibilità di sopravvivenza in caso di tsunami elettorale. Qualcuno ha il coraggio di denunciare dal palco questa crescente distanza tra la politica che costruisce e quella che si parla addosso. Lo fanno una segretaria di sezione campana («...se non manteniamo le promesse elettorali e continuiamo a dividerci, abbiamo perso») e un ex sindaco lombardo («...vorrei che le migliori pratiche locali di amministrazione diventassero patrimonio comune», mica aneddotiche che non sfondano i muri dell’indifferenza). Lo fa meglio di tutti il parroco napoletano che, nel silenzio assoluto, parla della fatica di costruire una comunità. Qualsiasi comunità.

La sensazione però è che la paura del futuro immediato paralizzi la base del Pd. Le più recenti vicende, dall’attacco di Renzi a Ignazio Visco all’addio di Piero Grasso al partito, hanno pompato altra incertezza. Uscirne non sarà facile.

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