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Se anche la matematica può essere un’opinione

Il commento

Anche la matematica può essere a volte un’opinione, soprattutto quando c’è la politica di mezzo, e il 90 per cento di sì al referendum del primo ottobre in Catalogna aveva fatto circolare la traduzione sbrigativa che i catalani fossero per la quasi totalità indipendentisti. Con un po’meno di pigrizia, moltiplicando quel 90 per cento per il 43 per cento di affluenza, si sarebbe potuti arrivare a un dato più realistico: a volere davvero un nuovo Stato, separato dalla Spagna, oggi sono circa 4 catalani su 10. Numeri in linea con i dati pubblicati a luglio scorso, prima di questa crisi, dal Centro studi d’opinione della Generalitat, ovvero un’istituzione non propriamente vicina a Madrid: 41,1 per cento di favorevoli, 49,4 per cento di contrari, il resto è indeciso o non risponde.

Se il 41,1 per cento di indipendentisti ha avuto il merito di monopolizzare il dibattito, anche a livello internazionale, il 49,4 per cento di contrari ha avuto la colpa di restare troppo in silenzio: un silenzio dettato da profonde differenze all’interno del fronte unionista, in cui l’estrema destra di nostalgie franchiste convive con socialisti e liberali, passando naturalmente per i popolari. Quando prendevano la parola, gli oppositori del governo nazionale lo facevano solo per rimarcare gli errori di Rajoy, lasciando sullo sfondo il tema cruciale (indipendenza sì o no?) per paura di perdere voti. Anche perché, nel frattempo, Podemos li scavalcava velocemente, ritrovandosi molto spesso sulle lunghezze d’onda di Puigdemont e del suo elettorato.

Fatto sta che per lunghe settimane, se non mesi, quella maggioranza silenziosa di cittadini nati e cresciuti in Catalogna, ma contrari a una fuga da Madrid, era finita nel dimenticatoio. Qualche cacerolada (pentolata) durante i comizi del presidente catalano e una marcia unionista nella settimana successiva al referendum non erano bastati a cambiare verso al dibattito, che nel frattempo – tra gli arresti dei due leader indipendentisti e le violenze della Guardia civil – si era spostato sull’esistenza o meno, in Spagna, di uno Stato di diritto.

La manifestazione di ieri è stata dunque un segnale politico forte: non solo perché ha ribadito che per buona parte della Catalogna “essere catalani è un orgoglio, ma essere spagnoli è un onore”, come recitava un cartello, ma anche perché ha riportato al centro della scena i socialisti, che negli ultimi mesi erano finiti in un angolo. Avevano provato a stare con la Costituzione senza appiattirsi su Rajoy, ne erano usciti con le ossa abbastanza rotte: impensabile andare avanti così fino alle elezioni del 21 dicembre, indispensabile scegliere una strada e percorrerla con più convinzione. La notizia, non scontata, è che sono sembrati vivi e portatori di posizioni ragionevoli; ma è chiaro che la ragione potrà poco, pure a livello elettorale, se gli eventi precipiteranno ulteriormente.

Tra gli slogan della piazza di ieri, infatti, ce n’era anche uno che chiedeva l’arresto di Puigdemont, il presidente catalano ormai destituito da Madrid: un’ipotesi tutt’altro che pellegrina, basata sulle accuse di sedizione e ribellione che la procura potrebbe muovergli oggi, ma mediaticamente devastante per la reputazione della Spagna stessa. Non è ancora successo nulla, e già dal Belgio si apre una porta per il suo eventuale asilo politico: il rischio di farne un nuovo Nelson Mandela esiste, e gli indipendentisti catalani non avrebbero nemmeno bisogno di impegnarsi in campagna elettorale per vincere le elezioni a spasso.

Si annunciano dunque cinquanta giorni complicatissimi, in cui le fratture già esistenti nella società catalana e in tutta la Spagna si allargheranno ancora di più. I piani continueranno a confondersi, i toni si alzeranno ulteriormente, i protagonisti (forse non tutti adeguati a fronteggiare un momento così drammatico) si preoccuperanno soprattutto del consenso personale. E se a Barcellona rivincesse chi vuole la secessione, stante il governo Rajoy a Madrid, si ricomincerebbe da capo.

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