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Russiagate, ex capo campagna elettorale Trump si costituisce all'Fbi

Il Russiagate miete le sue prime vittime e i nomi non sono da poco. Paul Manafort, il potente capo della campagna elettorale di Donald Trump (fino all’agosto 2016, quando venne sostituito da Steve Bannon) si è consegnato al Fbi alle otto del mattino, per evitare l’umiliazione delle manette e forse anche per iniziare a trattare (in cambio di qualche importante rivelazione) uno sconto della pena.

I capi di imputazione nei suoi confronti (e in quelli del suo “braccio destro” Rick Gates, anche lui ex consigliere del presidente) sono dodici, di cui tre assai pesanti che possono costare decenni di carcere (oltre a milioni di dollari di multa): cospirazione contro gli Stati Uniti, riciclaggio di denaro, evasione fiscale.

Trump ha subito reagito (via Twitter) sostenendo che tutte le accuse vanno riferite ad anni lontani, quando Manafort (e Gates) non lavoravano per lui e la campagna elettorale era ancora lontana.

Reagendo d’istinto, il presidente Usa ha commesso un errore (i documenti sull’incriminazione parlano di un periodo che va dal 2008 al 2017, quindi compresi i mesi della primavera-estate 2016) che rischia di essere il primo di una lunga serie.

Mentre The Donald si affrettava ad una pasticciata difesa, George Papadopolous, altro collaboratore della sua campagna elettorale, si dichiarava «colpevole» per aver reso “false dichiarazioni” agli agenti del Fbi - sempre all’interno delle indagini sulle interferenze della Russia di Putin sulle elezioni per la Casa Bianca - condotte dal procuratore speciale Robert Mueller.

L’ex direttore del Fbi non ha fretta, il Russiagate (con relative incriminazioni) può durare molti mesi e non è detto che debba arrivare per forza fino a lambire lo stesso Trump, che al momento non è direttamente sotto accusa. Il numero degli amici, consiglieri e anche parenti (figlio e genero) del presidente coinvolti è però una spada di Damocle perenne, il carattere fumantino del presidente non lo aiuta e anche il momentum politico non è (per lui) il migliore. Trump è il più debole presidente (al primo mandato) dell’ultimo secolo, con una popolarità ai minimi storici; il suo partito, che ha una grande maggioranza al Congresso, è profondamente diviso e cresce il numero di coloro che vedrebbero volentieri al suo posto il vice-presidente Mike Pence; politicamente The Donald è già una “anatra zoppa”, dopo appena dieci mesi dal giuramento e non ha mai avuto la tradizionale luna di miele con il paese di cui è diventato Commander in Chief; i suoi cavalli di battaglia elettorali si sono trasformati in boomerang con cocenti sconfitte parlamentari (riforma sanitaria anti-Obama) o giuridiche (il “muslim ban”); la prevista riforma delle tasse rischia di inimicargli anche quella classe bianca media “impoverita” decisiva per il suo futuro; la sua politica estera viene considerata “pericolosa” anche da esponenti di primo piano delle forze armate e della diplomazia.

Tutto questo vuol dire che Donald Trump ha i giorni contati? Al momento no, il presidente resta ancora bene in sella, perché l’impeachment è una possibilità assai remota (lo decide il Congresso a larga maggioranza) e solo un clamoroso - e al momento poco probabile - ribaltone tra repubblicani e democratici potrebbe renderlo attuale. Più semplice sarebbe fare ricorso al 25esimo emendamento con cui il presidente in carica può essere deposto in quanto “non in grado di esercitare i poteri e i doveri del suo ufficio”.

Ma per questo occorrerebbe il totale tradimento dei suoi uomini (partendo dal vice Pence) fino al coinvolgimento di oltre metà governo, praticamente un golpe istituzionale. Al momento sembra fantascienza, ma se il procuratore speciale Robert Mueller (che pur essendo dello stesso partito di Trump ha fama di incorruttibile) troverà nelle carte del Russiagate una qualche “ostruzione alla giustizia” da parte del presidente, il futuro di The Donald alla Casa Bianca potrebbe essere seriamente a rischio.

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